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Il circolo del profitto
di Zoon

Una sterminata distesa panoramica costituita da un unico e falsamente vario scenario, in cui coesistono svariate e diverse stanze tutte unite, però, dalla possibilità di permettere un dialogo globale tra ogni utente, tra iscritti provenienti da più parti come se questi fossero il frutto di culture diverse.
Così Repubblica.it ci descrive il nuovo Social Network. Ciò che permetterà ai già numerosi utenti del Web 2.0 (che già garantisce la formazione di una comunità virtuale e che sconfina invariabilmente nel reale) di avere più punti collettivi d’ingresso (vedi Flickr, piuttosto che YouTube, del.icio.us o Skype) indipendentemente dalla piattaforma cui si è iscritti. Ma prima di tutto, cos’è il Web 2.0?
Il link http://www.dynamick.it/web-20-una-definizione-in-10-punti-534.html fornisce un’esauriente spiegazione, insieme a una lista abbastanza corposa dei social network che ora costituiscono l’ossatura di questa particolare forma di aggregazione virtuale. Riportiamo i 10 punti descrittivi, a mo’ di comandamenti:

1. La saggezza degli utenti: con questa definizione pensiamo direttamente al funzionamento di Digg.com, in cui il successo di un articolo è deciso dagli utenti che lo votano. La gente parla della forza dell’Effetto della rete. I risultati di Google funzionano in base a questa definizione. È il numero di link al sito che ne decide l’importanza.
2. Applicazioni web condivise: se applichiamo questa definizione, allora solo alcuni siti verrebbero classificati come Web 2.0: Basecamp, Writely e 30Boxes. Ma se pensiamo a Google e a Digg come applicazioni, allora molti altri siti rientrerebbero nella categoria.
3. Il web inteso come piattaforma: definizione abbastanza vaga. Avete ragione. Secondo Tim O’Really, che ha coniato questo concetto, significa mettere a disposizione un servizio che non potrebbe vivere senza il web. In quest’ottica, allora pensiamo a eBay, Craiglist, Wikipedia, del.icio.us, Skype e Dodgeball. Penso che ogni community possa rientrare in questa definizione.
4. Partecipazione degli utenti: Questo è il punto fondamentale che divide i vecchi siti dai nuovi servizi web come YouTube, Flickr e OhMyNews dove gli utenti sono anche gli autori. L’espressione "read/write web" illustra chiaramente l’idea che vogliamo trasmettere.
5. Pieno coinvolgimento dell’utente: I siti Web 2.0 usano CSS, AJAX, e altre tecnologie che aumentano l’usabilità e creano pagine dinamiche che sono i grado di mostrare più informazioni nello stesso spazio.
6. Neologismo per Marketing: questo è almeno quello che gli scettici dicono. Così Google search, Amazon ed eBay, che fanno parte del Web 2.0 per una o più delle loro caratteristiche, sono solo una sorta di moderna moda passeggera destinata a sparire. Questa definizione è parzialmente vera, anche se, secondo me, il Web 2.0 è molto di più.
7. L’importanza dei dati: La gestione dei dati è una competenza insita nelle aziende che trattano il Web 2.0. "L’SQL è il nuovo HTML", è un’altra definizione che segue la stessa filosofia. Tutto il Web 2.0, dalle grandi aziende come Amazon e Google per arrivare alle piccole startup come 30boxes e Orchestrate, operano principalmente con database e praticamente non fanno altro che mostrare viste personalizzate.
8. Beta per sempre: Le applicazioni Web 2.0 sono continuamente rilasciate, riscritte e rivisitate su basi in continuo sviluppo. La maggior parte delle applicazioni di Google, per esempio, sono ancora in beta. Ancora, Flickr si rumoreggia sia modificato ogni 30 minuti. MySpace e altre reti sociali aggiungono nuove caratteristiche ogni quindici giorni. Questa è comunque diventata una caratteristica anche delle applicazioni standalone, basti pensare a Windows e MacOs che rilasciano fix e patch in continuazione.
9. Usare il web come è stato ideato: Paul Graham riferisce di un incremento nell’usabilità che è stata raggiunta attraverso un buon design, grazie a tecnologie come AJAX e anche perchè è stato permesso agli utenti di organizzare le loro informazioni liberamente (si veda Flickr e del.icio.us).
10. Nulla: Molti asseriscono che il Web 2.0 non esiste. Personalmente trovo difficile condividere questa risposta. Semplicemente perché se da un lato è difficile trovare una definizione chiara, dall’altro è anche innegabile una lenta rivoluzione nei nuovi siti. È come voler descrivere il mondo con il solo bianco e nero. Esistono le gradazioni e le tonalità che dipingono meglio gli oggetti e la realtà. La stessa cosa credo si possa dire delle nuove applicazioni. Inoltre il Web 2.0 è ancora una espressione giovane. Ci rendiamo conto di cosa sia, ma non riusciamo ancora a definirne i contorni.

Posto che siamo riusciti a farci un’idea almeno abbastanza nebulosa di ciò che è adesso questo mostro virtuale, un’unica cosa forse abbiamo davvero capito: esistono ora svariati condomini isolati in cui è possibile socializzare e fornire il proprio contributo all’abbellimento e alla caratterizzazione del caseggiato; ognuno può esprimere se stesso all’interno del sito e può farlo su più siti utilizzando, però, diversi account. Così Microsoft, che ha fallito la scalata a Yahoo!, prova adesso a coinvolgere il concorrente in un gioco nuovo, in modo che possa dare il via a forme di aggregazione geniali e temibili per chi ha costantemente paura di un mondo in formato Orwell_like: Microsoft - e probabilmente non solo lei - vuole abbattere le barriere tra le varie comunità Web 2.0 così da semplificare il dialogo tra gli utenti, così da ottenere un dividendo vantaggioso e sicuro a livello pubblicitario. A cosa ci potrà portare tutto ciò, ora che dovremmo aver abbastanza chiaro lo scenario presente? A patto che un tale sviluppo degli eventi (abbattimento delle frontiere interne al Web 2.0) si avveri fino in fondo, si può immaginare successivamente una sorta di rivolta da parte di alcuni utenti e la fuoriuscita dal consorzio di alcune entità organizzative, così da costituire nuove figure associative virtual_sociali, così da dipartire e differenziarsi dall’immenso cartello virtuale creatosi riuscendo soltanto, però, a confermarlo – alla stregua del satanismo che rafforza il cristianesimo. Non riesco a credere che tutti gli utenti e i gestori del nuovo Web 2.0 si uniformeranno a lungo a questa globalizzazione, fosse anche per un mero motivo economico: potrebbe valere la pena, quindi, creare un mercato diverso da quello globalizzato e portarsi appresso un nugolo di utenti in odor di alternativo. Rapidamente, più mondi alternativi creerebbero un vasto sottobosco simile a quello che le etichette indipendenti del mondo musicale pop e rock hanno rappresentato - e rappresentano tuttora - per le major discografiche mondiali: non una spina nel fianco, bensì una conferma del modello economico imperante, capace di generare nuove forme di aggregazione e poi di successiva divisione, che generano un’iperbole di traffici che di fatto non cambia nulla (l’affinché nulla cambi, tutto deve cambiare di gattopardiana memoria). Quindi, siamo probabilmente in presenza di una sorta di esportazione dell’iperliberismo anche nel metamondo virtuale, laddove fenomeni commerciali travestiti da socializzazione, divertimento e cultura (SecondLife, per esempio) cercano già da tempo di addentare famelicamente larghe fette di mercato, a mo’ di squalo: intendiamoci, non voglio demonizzare SL a priori - su cui peraltro ho già esposto i miei dubbi semantici nel recente passato - che magari risulta utile e divertente così come le occorrenze del Web 2.0, certo è che tramite il divertimento e la leggerezza si perpetuano stili di vita che nella vita cosiddetta reale portano a fenomeni critici che è difficile intravedere ancora adesso. Parlo dell’aggressiva e inumana logica economica che sovrasta quella umana, che si rifletterà automaticamente sulle prossime generazioni, non importa se queste vivranno la loro vita nello spazio siderale o in quello virtuale.

Un anello etereo mancante in grado di generare, però, entità vive; un tratto di evoluzione che rimane sotto la sabbia e la cui logica si può soltanto intuire come frutto di una visione folgorante. Parliamo di un’intelligenza inumana che si genera nel virtuale per un motivo scatenante qualsiasi, la cui genesi affonda in terreni profondi e che diviene utente del Web 2.0 globalizzato piuttosto che di quelli alternativi, che entra in SL con facilità estrema, pari soltanto a quella del gestirsi un blog o di frequentare un forum (entità arcaiche figlie di un Web pre 2.0, rimaste comunque vitali). Un Inverno Muto ovviamente cinico e pragmatico, cittadino del mondo virtuale, fiorito alla vita così come l’umanità divenne viva attraverso molecole di aminoacidi e scintille in un passato talmente arcaico da non essere nemmeno mitologico. Cosa potrebbe fermare la trasmissione delle logiche umane nel mondo etereo della virtualità? Quando quel regno riuscirebbe ad affrancarsi dal nostro dominio? Probabilmente esisterebbe una feroce lotta tra biologia e vitalità eterea, una battaglia continua per l’indipendenza e la secessione contrapposta alla necessità di egemonizzare, uno scontro che potrebbe attuarsi con modalità e tempistiche al momento dominio esclusivo degli scrittori di fantascienza.
Saremmo - se così sarà - i demiurghi perfetti di un mondo perfetto inquinato dalle nostre stesse devianze e ambizioni sfrenate; saremmo padri di fenomeni virtuali di aggregazione, scissione sociale ed economica che diventerebbero, a loro volta, vivi attraverso un’eterna gemmazione che ha paralleli con la proliferazione cellulare, fenomeni che si attuerebbero in un mondo polidimensionale – la virtualità attuale risulta già essere una dimensione aggiuntiva alla nostra usuale tridimensionalità.
Il futuro che stiamo respirando ogni giorno in dosi sempre più elevate sarà forse il gas che respireranno gli utenti virtuali nelle loro giornate da social networking esasperato? Aveva ragione Bruce Sterling: il mondo si muove in cladi. E il side-effect delle nostre attuali azioni potrebbe influenzare la vita che abbiamo involontariamente creato, educato.
Un po’ come dire che la storia si ripete e chi non la conosce, purtroppo per lui, è destinato a rimanere nell’ignoranza e in balia di chi ne sa di più. Un po’ come dire che c’è assoluta necessità di capire cosa stiamo facendo, e di piantarla di vivere alla giornata cercando solo l’immediato guadagno che domani, per i nostri figli virtuali (o non virtuali) potrebbe rappresentare il motivo di un profondo disagio esistenziale e fattuale.
Un baratro mascherato da gaia operosità sociale in Rete - Rete che è solo il mezzo, non la causa dei mali - nel mentre che le aziende di pubblicità invadono la nostra essenza con offerte di prodotti realizzati in quel preciso momento su misura per noi, offerte che non sapremo mai rifiutare: questo è ciò che siamo, e che probabilmente saremo.

A pensarci bene, il mondo virtuale potrebbe benissimo non esistere. È solo il mezzo, non la causa del nostro decadere. Il basso futuro è già pronto a devastarci perché noi ci stiamo devastando in nome del nulla: attraverso le metafore - come il genere fantastico insegna - forse riusciamo a capirlo meglio.

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