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Zelazny: Signore dei Sogni
di X

Alcune riflessioni ispirate dalla lettura del capolavoro di Roger Zelazny, tra scampoli cinestetici di futuro e suggestioni oniriche.

Roger Zelazny, raffinato maestro del fantastico e capofila della New Wave in ambito fantascientifico, ha regalato alla fantascienza le più riuscite trascrizioni delle antiche tradizioni mitologiche, aggiornate a contesti futuristici e futuribili. La sua sterminata produzione ha declinato i miti classici dell’Occidente come pure dell’Oriente, riversandone a torrenti simboli e allegorie in un immaginario proiettato verso la frontiera del domani.
Agli anni Sessanta risale il suo esordio nel genere, a cui fornirà un contributo di elevatissimo valore sul finire dello stesso decennio. Io, l’Immortale (This Immortal, 1966, premio Hugo, ripubblicato in traduzione integrale lo scorso anno da “Urania” nella collana “Collezione”), Signore della Luce (Lord of Light, 1967, altro premio Hugo, pubblicato anch’esso in “Urania Collezione”), Creature della luce e delle tenebre (Creatures of Light and Darkness, 1969, ultima edizione italiana: Il Fantastico Economico Classico, editrice La Compagnia del Fantastico, Gruppo Newton, 1994, pressoché introvabile) ridisegnano le coordinate del futuro dell’umanità sintonizzando scenari cosmici sulla lunghezza d’onda delle mitologie greca, hindu ed egizia.
Nel 1966, anno del suo esordio nella lunghezza del romanzo, Zelazny espanse la sua novella He Who Shapes (premio Nebula nel 1965) integrandola con riscritture e pagine inedite e ne venne fuori una delle massime espressioni artistiche della sua carriera: Signore dei Sogni (The Dream Master). Il libro è stato ripubblicato nel 1995 dalla Sellerio di Palermo nella sua collana di Fantascienza, in una nuova traduzione di G.G. Pallagianni. Io ne ho recuperato una copia della prima edizione, per i tipi de La Tribuna, nella mitica collana “Galassia” curata da Vittorio Curtoni e Gianni Montanari. Il volume riporta la data di pubblicazione dell’agosto 1971 ed è abbellito da una stupenda copertina firmata da Franco Lastraioli, artista fiorentino autore di opere notevoli, echeggianti paesaggi onirici e visioni surreali come la presente “Sfere cave con insetti”. La traduzione di Gabriele Tamburini risulta oggi un po’ datata, ma non inficia la lettura del libro che scorre agevole tra le proiezioni di un futuro sull’orlo critico del collasso e gli scenari fantastici che Charles Render, di professione Formatore, evoca dal subconscio dei suoi pazienti.

Nelle 156 pagine del romanzo trovano spazio tanto l’affresco di un mondo futuro estremamente attendibile quanto l’invenzione di una tecnologia in grado di interfacciare la coscienza dello psicoterapista all’inconscio del suo assistito, entrambi suggestivi al punto da venire ripresi dal cinema molti anni più tardi. E come se questo non fosse abbastanza Zelazny trova anche spazio per condurre un personalissimo discorso di critica sociale, avente come bersaglio l’alienazione della città postmoderna e la progressiva perdita di contatto umano in un mondo che prefigura gli scenari della globalizzazione, in cui è più facile volare da un continente all’altro piuttosto che instaurare un efficace rapporto tra padre e figlio.
Il novum che innesca l’azione e su cui si basa il romanzo è la messa a punto di una tecnologia elettronica capace, come dicevamo poc’anzi, di mettere in contatto gli stati psichici di due diversi sistemi nervosi. Questa invenzione ha portato all’emergere di una nuova disciplina in ambito psichiatrico, il neuropartecipazionismo, che ha il suo nume tutelare nel professor Maurice Bartelmetz così come la psicanalisi lo ha avuto in Sigmund Freud. Charles Render, il protagonista del romanzo, è stato un allievo di Bartelmetz e da tempo si è ormai affermato come luminare nel settore. Ciononostante, continua a essere divorato dall’ambizione di superare il maestro, legando in maniera indissolubile il proprio nome alla nuova scienza. Per questo non esita ad accettare un incarico anomalo offertole da una psichiatra cieca dalla nascita, Eileen Shallot, che si prefigge lo scopo di apprendere da lui l’arte della Formazione. Un proposito ambizioso come pochi, considerando che il lavoro dei neuropartecipazionisti consiste nel portare allo scoperto il rimosso dei loro pazienti agendo sulla loro sfera emotiva mediante il più immediato dei linguaggi di comunicazione: l’immagine. Costruendo scenari accurati al punto da essere scambiati per reali e immergendo il paziente in questa simulazione controllata, le sue psicosi vengono progressivamente portate a galla e risolte. Ma come può riuscirci chi, cieca dalla nascita, non ha mai potuto vedere con i propri occhi la distesa vitale di una foresta o il panorama sublime offerto da una cima montuosa? Il senso della sfida è il motore che spinge Render ad accettare l’incarico, ma con il passare del tempo, e con l’aumentare della confidenza di Eileen con il nuovo canale, il Formatore scoprirà a sue spese quanto arrischiata sia stata la sua decisione.

Signore dei Sogni è una lettura non comune, per più ragioni. Innanzitutto va segnalata la scrittura di Zelazny, che è ambiziosa come quella dei suoi contemporanei Samuel R. Delany, James G. Ballard e John Brunner e così si distacca risolutamente dalla media della narrativa di genere. Nel suo stile ricercato, spesso enfatico ma non privo di commosse parentesi liriche, è codificata la rotta della nuova fantascienza che un gruppo crescente di autori andava a sperimentare proprio in quegli anni. L’intreccio si svolge in un’atmosfera crepuscolare (la storia prende luogo in un inverno non meglio precisato sul finire degli anni Novanta) e lascia scivolare in secondo piano momenti cruciali nella storia dei personaggi e delle loro relazioni, retroilluminandoli poi con richiami che riescono a giustificare scelte e situazioni. Zelazny riproduce questo gioco di “mascheramento” anche a un livello più basso nelle singole scene, dove i personaggi vengono spesso citati espressamente e così individuati solo ad azione in corso, lasciando inizialmente che siano le loro parole e i loro gesti a caratterizzarli e identificarli. Un espediente, questo, non del tutto inedito, ma sicuramente condotto con maestria dall’autore.
L’efficacia dell’opera si è poi rivelata inconfutabilmente nelle riprese – mai esplicitamente dichiarate – delle grandi produzioni hollywoodiane. Se gli spinner di Blade Runner (1982), le auto volanti a disposizione delle forze dell’ordine nella Los Angeles del 2019, richiamano nel nome le S-7 Spinner del Signore dei Sogni, veicoli automatici capaci di spostarsi autonomamente su una cartografia analogica che abbraccia “l’albero senza radici” delle autostrade continentali radiocontrollate (e benché Zelazny non avesse la stessa confidenza di Arthur C. Clarke con le tecnologie satellitari e l’elettronica, la sua trovata risulta comunque efficace come anticipazione degli odierni sistemi di navigazione GPS), allora cosa dire di passaggi come i seguenti?

C’erano dei tralicci d’un pallido giallo e delle alte torri trasparenti e grigie, e il tutto si spegneva nella sera, sotto un cielo color ardesia; la città era un insieme di isole vulcaniche di forma rettangolare, risplendenti nella luce del crepuscolo, e rombanti giù giù fin sotto la superficie; e c’erano vasti e impetuosi fiumi di traffico senza fine.

O ancora:

Al di sotto si vedeva la periferia della città dove qua e là una fonderia splendeva come un minuscolo vulcano assopito, sputando verso il cielo spruzzi di faville color arancione […]

Leggere brani come questi è un’esperienza stupefacente, in quanto rivela quante intuizioni di Zelazny siano confluite – inconsciamente o meno – nell’immaginario ormai consolidato del genere. A nessuno verrebbe in mente di associare il capolavoro di Ridley Scott al nome di questo maestro della fantascienza, eppure nelle sue pagine erano già presenti gli scorci metropolitani che si sarebbero imposti nella nostra visione comune del futuro molto più di quanto non lo fossero nei devastati paesaggi di Philip K. Dick, quasi tutti ridisegnati nel passaggio dalla carta del Cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) alla pellicola.
L’interfaccia psichica dipinta da Zelazny funziona altrettanto bene come prefigurazione della realtà virtuale e come anticipazione delle scansioni neurali, idea a cui ci siamo rifatti in maniera diversa Tarsem Singh e Mark Protosevich per il loro The Cell (film del 2000 in cui la psicologa Jennifer Lopez/Catherine Deane si addentra nei meandri dell’inconscio di un serial killer) e, indirettamente, il sottoscritto per Sezione π2. Ma se la suggestione del transfert era desumibile collateralmente grazie alle traiettorie oblique che spesso descrivono le intuizioni forti e persistenti attraverso lo spazio del nostro immaginario, più oscuro risulta il punto di contatto delle visioni oniriche che vengono portate in scena nei momenti cruciali dei due romanzi. Se la mia Cattedrale delle Ossa di beksinskiana memoria echeggia del tutto involontariamente (perché priva di un canale diretto di causa-effetto) la Cattedrale di Winchester in cui si consuma la disfatta psichica di Render il Formatore, allora non si può far altro che concludere quanto a fondo Roger Zelazny sia riuscito a scavare nell’inconscio di massa dei nostri tempi.

La visione onirica della cattedrale è opera del grande artista polacco Zdzislaw Beksinski e come tutti gli altri suoi lavori non reca titolo.

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