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William S. Burroughs e Alan Moore, manipolatori di sistemi simbolici. Una nota

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Fernando Fazzari traccia un parallelo tra l’immaginario fantascientifico plasmato dagli incubi allucinatori del grande William S. Burroughs e la reinterpretazione del mito del supereroe operata da Alan Moore in Watchmen. Le suggestioni che dal lavoro del primo si sono infuse nel progetto dell’autore inglese sono molteplici e risultano fondamentali per inquadrare la tecnica narrativa che fa del graphic novel uno dei primissimi esempi di postmoderno applicato alla narrazione per immagini.
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Sento sul collo il fiato caldo della legge.

Chiunque conosca il contenuto di Watchmen ma non l’abbia mai letto o abbia visto solo il film di Zack Snyder, non faticherebbe a immaginare questa frase come un possibile incipit. Ma non sono le vicende di Rorschach e compagni a iniziare così, ma il lucido delirio del Pasto nudo.

È noto a tutti che Alan Moore abbia letto e apprezzato l’opera di William S. Burroughs, ma c’è dell’altro: leggendo Watchmen si nota molto più di una semplice influenza da parte del guru dei beat sull’autore inglese, c’è una vera e propria assimilazione, quasi che il vecchio Zio Billy abbia presenziato alla stesura della sceneggiatura della graphic novel, tenendola a battesimo. Qualcosa che va al di là delle semplici citazioni o dell’omaggio al maestro come, per esempio, l’aver chiamato Nova Express la testata giornalistica che gioca un ruolo centrale nell’economia narrativa del fumetto.

La meditazione di Adrian Veidt davanti a una parete di schermi televisivi, ognuno acceso su un canale diverso, che si trova nella parte finale del fumetto, diventa così non un semplice nodo narrativo, ma una dichiarazione di intenti:

“La visione multischermo ha una sua probabile origine nella tecnica del cut-up di Burroughs, che suggeriva di rimescolare parole e immagini in modo da sfuggire all’analisi razionale e permettere l’infiltrazione di sprazzi subliminali di futuro… Un mondo esotico e incombente, su cui si getta uno sguardo obliquo. Nelle animazioni computerizzate anche i cereali per la colazione sono pregni di una futuribilità allucinogena; i canali musicali convogliano tracce informative che eludono ogni presentazione lineare e implicano scelte personali illimitate… Stabiliti questi punti di riferimento, si può discernere una visione del mondo che emerge fra il rumore bianco dei media”.

A ben vedere, oltre ad aver ribaltato il concetto stesso di supereroe, il valore rivoluzionario di Watchmen sta proprio nell’essere una mescola incredibile di registri espressivi, di storie, spaccati politici e personaggi, un turbine così denso di materiale da sfumare l’approccio razionale alla lettura e di suggerire al nostro inconscio un’idea di futuro che è già radicata nel nostro passato. Non è un caso se la vicenda si colloca in una rilettura ucronica degli anni ’80.

Sullo sfondo – o forse sarebbe meglio dire al centro – del plot abbiamo gli Stati Uniti d’America che sembrano ripresi da quegli “USA e getta” descritti da Burroughs, un’intera nazione schiacciata sotto il peso immane della Guerra Fredda, una massa enorme di cittadini uniti solo da un comune nemico; altro che american dream, reame onirico dove tutto è possibile, qui l’unico, vero imperativo è: “Dobbiamo buttar fuori a calci ‘sta creatura antiamericana”. Forse è inutile sottolineare che la situazione da trent’anni a questa parte non è poi tanto cambiata.

All’interno del Pasto nudo, oltre al background, troviamo la definizione, o l’essenza, della Maschera di Alan Moore e cioè quella di “agente addestrato a negare la propria identità di agente nascondendola dietro la sua copertura, [che] sfugge cioè al suo controllo”. E sempre nel capolavoro di Burroughs non mancano brandelli di ritratti embrionali di alcuni Watchmen: Come non vedere il ghigno del Comico negli “uomini del mercato nero della Terza Guerra Mondiale”? E il Dr. Manhattan tra gli “estirpatori di sensibilità telepatica”? E ancora: “osteopati dello spirito” (Ozymandias), “investigatori di infrazioni denunciati da miti giocatori di scacchi paranoici” (Night Owl) e “portatori di mandati frammentari in stenografia ebefrenica che denunciano ineffabili mutilazioni dello spirito” (Rorschach). In ogni caso, sono tutti “bevitori del Liquido Pesante sigillato nell’ambra traslucida dei sogni”.

Ma il dettaglio che balza di meno agli occhi e che, paradossalmente, forse è il più significativo è la somiglianza/sovrapposizione tra il dottor Benway, William S. Burroughs e Alan Moore. Benway uno dei protagonisti del Pasto nudo: un non-chirurgo senza scrupoli morali, del tutto disinteressato al benessere dei propri pazienti, un clandestino in terra libera, “un manipolatore e un coordinatore di sistemi simbolici”, un meraviglioso e goliardico bugiardo il cui carattere emerge dalle parole che seguono.

“Deploro la brutalità. Non serve a niente. D’altro canto i maltrattamenti prolungati al limite della violenza fisica, se inflitti con perizia, originano ansia e un particolare senso di colpa. Bisogna tenere a mente alcune regole o, meglio ancora, alcuni princìpi guida. Il soggetto non deve capire che i maltrattamenti costituiscono un attacco premeditato alla sua identità personale da parte di un nemico antiumano. Deve essere indotto a pensare che merita le terapie cui viene sottoposto perché in lui c’è qualcosa di spaventosamente sbagliato (senza mai specificare che cosa). Il bisogno evidente dei tossicomani sotto controllo deve essere discretamente coperto da una burocrazia arbitraria e complessa, affinché il soggetto non possa mettersi direttamente in contatto col nemico”.

Ora provate a sostituire “soggetto” e “tossicodipendente” con “utente” o “vigilante” o “supereroe”: i piani del romanzo di Burroughs, della graphic novel di Moore e quello della vostra vita reale si confonderanno, per un attimo avrete capito tutto e niente. Per un istante solo forse sarete liberi.

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Nota: Tutte le citazioni, ove non espressamente indicato, sono tratte dal Pasto nudo di William Seward Burroughs (Adephi, 2006), traduzione di Franca Cavagnoli.