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Tuxedomoon live, Roma 8 agosto 1984

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Con questa recensione comincia una carrellata corposa sui concerti di un certo tipo (ma si tratteggerà anche, in un ramo parallelo, di produzioni su disco o supporto equivalente) che si sono tenuti in Italia – spesso si parlerà di Roma – in un momento storico che vedeva già decadere la New Wave ed affermarsi soprattutto il Dark (o Gothic) e la scena Industrial, insieme a tanti altri sottogeneri che magari a noi interessano di meno. Il periodo preso in esame andrà dal 1984 fino a dopo il 2000.
Perché vi parlo di questo particolare spicchio di cultura musicale? Perché sono state le basi empatiche, almeno in parte, che hanno dato corpo alla mia sensibilità, e hanno dato forza a tutte le suggestioni che a partire dal dicembre 2004 hanno costituito il mio apporto al Connettivismo.
In questa fatica dovrò, per forza di cose, affidarmi quasi esclusivamente alla mia memoria personale; se possibile riporterò brani di critica giornalistica, magari copiandoli pari pari dai ritagli che possiedo. Altre volte, invece, non sarò preciso nemmeno sull’anno della performance. Va da sé che il principio ispiratore di questa serie è anche far riemergere lo stato emozionale che quelle serate hanno lasciato in me, una banale testimonianza dei brividi che hanno più o meno solcato la mia pelle in un momento che ritengo irripetibile – semplicemente diverso da ora – e in un periodo della mia vita privata che, inesorabilmente, è stato marchiato a fuoco dalle sensazioni legate a quegli istanti.
Detto questo, ecco il primo – anche dal punto di vista cronologico – live della serie.

Caldo. Agosto a Roma significa, notoriamente, boccheggiare dall’afa, e non era certo diverso per il 1984. L’8 agosto, in piena sera, inquadrato nell’ottica di Massenzio (la rassegna più che altro cinematografica che già da un po’ di anni animava la Capitale), si esibirono nell’arena del Circo Massimo i Tuxedomoon, in un ammasso collassato di stand commerciali che creavano confusione e labirinti mobili dentro cui prendevano posto banchi con merce di ogni tipo.
Si stava sopra all’arena, comodamente seduti sulle staccionate, e ci gustavamo non solo le note ma soprattutto le immagini che la bizzarra band proponeva a un pubblico assai, a dire la verità, disorientato dalla performance. Erano già lontani, per loro, gli anni della folle sperimentazione – di pura matrice USA – ispirata dai Residents, in cui i concetti del postmoderno venivano stravolti come in un libro di Pynchon, ed era già lontano Blaine Reininger, il violinista (che poi sarebbe tornato dopo qualche lustro) cofondatore del gruppo insieme a Stephen Brown.
La band fu fondata nel ’77 e l’ambito dell’elettronica ma anche del teatro, una formidabile commistione in grado di dare spessore al discorso sperimentale che stava a cuore ai due cofondatori, finì per essere presto il marchio di fabbrica di quel particolare ensemble: i suoni caldi e analogici del sax di Brown e del violino di Reininger si mescolavano con l’elettronica, allora davvero agli albori ma già in grado di esprimersi su livelli di programmazione di drum machine, sonorità secche e digitali apparentemente distaccate, in grado di legarsi perfettamente con l’umanità degli strumenti a fiato e a corda. Una sorta di commistione estraniante che descriveva, spesso, non un paesaggio usualmente terrestre ma un pianeta esotico, abitato da derivazioni umane discendenti dei terrestri, alieni a noi prossimi ma dotati di poteri introspettivi derivati dall’imprinting del paesaggio extraterrestre.
Ciò si evince dai loro primi dischi, soprattutto Half Mute e Desire, usciti a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, vere perle emozionali sperimentali che, ascoltate anche oggi, lasciano sorpresi per il discorso fresco e avveniristico che vi si respira.
In quegli anni verso la metà degli ’80 i Tuxedomoon avevano preso a vivere in Europa, in Belgio soprattutto, e avevano cominciato ad assimilare la cultura mitteleuropea, sposandola con i residui di ciò che avevano prodotto negli anni precedenti. Il risultato di quel momento era – anche – un disco intitolato Holy Wars, e la line-up di quella sera comprendeva, assieme al già citato Brown, Peter Principle (altra colonna storica della band), Winston Tong (preziosissimo il suo apporto concettuale), Luc Van Lieshout (trombettista, preso nell’organico non perché servisse come strumentista ma perché affine al feeling del resto del gruppo) e Bruce Geduldig (che dalle note di copertina di Holy Wars sembra sia stato il curatore dell’aspetto video della band).
Possiedo tuttora la registrazione del concerto tenutosi quasi un anno prima che l’LP (essì, LP, allora c’erano i vinili e basta) uscisse sul mercato. La parte visiva, purtroppo, penso si anniderà per sempre nelle viscere di uno spazio-tempo che non si potrà più srotolare; conservo ancora, però, dei ricordi emozionali riguardo ai loro concetti astrusi, espressi con emozioni visive elaborate eppure comunicative. Un esempio valido di ciò che vidi quella sera è reperibile su YouTube, con il brano Hugging the Earth.

Una serie di iperdettagli minimali in rapida successione, colori saturi e immagini shock perfettamente abbinate con la musica, il suo ritmo sincopato quasi fastidioso, accostamenti lontanissimi dai cliché dei clip dell’epoca, e direi anche da quelli attuali. Un’avanguardia assoluta che stracciava ogni canone sonoro fino ad allora espresso. La voce di Winston Tong ricalcava gli esperimenti vocali che fino a quel momento avevano eseguito Brown e Reininger e che il cantante Valor, poco dopo, riproporrà nei Christian Death con alterne fortune.
Così, in un’ora e mezza scarsa, vennero snocciolati pezzi come Egypt, Some Gguys, In a Manner of Speaking, Bonjour Tristesse e altre canzoni. Brani di raffinata cerebralità, che ora so accostare ad altrettanta raffinata letteratura sperimentale, una sorta di esemplificazione sonora di alcuni testi della New Wave fantascientifica degli anni ’60 rivista e rastremata, raffinata, resa essenziale ma il cui kernel rimane inalterato; per me, venuto dai Pink Floyd, che in quegli anni monopolizzavano col loro psichedelismo e relativo filone successivo i miei giorni e la mia fantasia, i Tuxedomoon di quella sera rappresentarono il punto di rottura, di non ritorno, verso nuovi obiettivi.
Quella sera andai a casa ben contento perché finalmente avevo trovato qualcosa da ascoltare di davvero nuovo: ero appena agli inizi del mio excursus musicale e da poco avevo trovato il coraggio e soprattutto la voglia di farmi squagliare le meningi da cose assolutamente scioccanti. Con i Tuxedomoon in testa avevo preso la decisione che ci sarebbero state molte altre serate, in futuro, pronte a destabilizzare le mie sensazioni. Tuttora, se passo per il Circo Massimo, non posso non ricordare i brividi di quella sera e su quelle note che ancora si agitano in un angolo basso della mia psiche si muovono altri ricordi, altre ombre che fanno il paio con le immagini sonore di Brown e compagni.

Cosa siano i Tuxedomoon oggi è tutta un’altra storia, tutto un altro concetto. Ma quell’arco di circonferenza l’ho vissuto assieme a loro, e ripensare o riascoltarli nei loro momenti d’oro mi fa salire il gusto della sperimentazione, un abbattere continuamente le barriere che ci sono intorno per poi ricostruirle nuove, pronte a rosicchiare il Futuro digerito in presente.