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L’algoritmo della fantascienza: Dario Tonani
di Salvatore Proietti

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Disamina critica del dittico L'algoritmo bianco: strade e possibilità della nuova fantascienza italiana, a partire da una delle rivelazioni degli ultimi anni.

Curioso trovare, in un’opera apertamente, volutamente di contaminazione, quei codici e linguaggi che rendono la fantascienza diversa da ogni altro tipo di letteratura, e trovarli nella loro forma più pura. Curioso ed entusiasmante. È successo con L’algoritmo bianco di Dario Tonani, uscito nel marzo 2009 su Urania 1544.
In realtà, più di qualcuno dice che nel 2007, con la pubblicazione su Urania di Infect@, Dario Tonani ha inaugurato una nuova fase per la fantascienza italiana. Ovviamente, è innanzitutto importante l’ampliarsi degli spazi editoriali in una sede prestigiosa, ma in questo caso è apparso subito evidente l’emergere di una nuova consapevolezza, che non intende lanciarsi in lotte generazionali (e anzi rende pienamente omaggio a tutta la storia segreta della SF italiana, con le sue vette, le sue scuole, i suoi entusiasmi) mentre punta a rivitalizzare il genere. Come se improvvisamente sia giunto a compimento un processo di interiorizzazione della lezione del cyberpunk e di Blade Runner. La posta in gioco, nella fantascienza come in tutta la letteratura italiana (ma qui il discorso si amplierebbe troppo, dentro e fuori i tuttora vituperati generi “popolari”), è un rapporto con il moderno che vada oltre i semplicistici termini di una parabola sulla Caduta. In altre parole, la SF sta prendendo coscienza che si può e si deve parlare di ambienti metropolitani, di una quotidianità e di rapporti interpersonali che non possono prescindere dalla presenza della scienza, della tecnologia e della produzione post-industriale uscendo dalla nostalgica presa d’atto di una condizione umana alienata, un declino di cui la modernità è l’unica responsabile, e in cui quell’astrazione chiamata “progresso” svolge il ruolo di sicario.
Anche l’urlo di rabbia che pervadeva la malsana Milano di Infect@ era alimentato da un inarticolato principio di speranza. Il corrispettivo del disincanto hard-boiled era proprio il novum fantascientifico del romanzo, quei cartoni allo stesso tempo immagine (immagine fatta carne, però) di innocenza passata e devastante droga tragicamente presente. Ai protagonisti della movimentatissima azione spettava la scelta di campo in una battaglia in cui le icone culturali erano l’arena. Una scelta mai scontata, mai verbalizzata in discorsi o riflessioni, ma che non era nulla di meno di un’alternativa fra alienazione e dealienazione. Da quel momento in poi, Dario Tonani ci ha abituato ai suoi personaggi poco riflessivi ma pronti a fare la cosa giusta. Se lo spettro dei generi da lui affrontati sta diventando sempre più ampio (fantascienza, orrore, thriller), non dovremmo spaventarci se presto dovessimo abituarci anche a considerare Tonani come un “autore” nell’unico senso che conta: uno scrittore dalla firma sempre più personale. Forse, un Elmore Leonard in the making.

Ma a distinguere la SF, oltre alle questioni teoriche che tanti (pensiamo a Lino Aldani, a Darko Suvin) hanno discusso, è anche il linguaggio. Come da sempre insiste nel ricordare Samuel R. Delany, la fantascienza rovescia il tradizionale rapporto fra livelli letterali e figurativi. Ciò che in una storia “realistica” può essere letto come elemento grottesco, metafora di una condizione umana distorta, in una storia SF viene concretizzato in un essere o un mondo possibile. Il rapporto fra possibile e reale, ovviamente, può richiamare un livello metaforico “letterario”: ma questo è possibile farlo in maniera corretta solo se si sono identificate le coordinate “fantascientifiche” della narrazione. In uno scritto degli anni Settanta, Delany riassumeva la questione in una formula: se il realismo si occupa dell’“uomo”, la SF si pone la domanda “Quale uomo? In quale mondo?”. In un’intervista pubblicata nel 1987 su Science-Fiction Studies, Delany ribadiva la specificità linguistica della SF: “Nel mondo ritratto nella storia, cosa deve essere esplicitamente o implicitamente diverso dal nostro perché sia possibile pronunciare normalmente una certa frase?” Proprio all’inizio di questo 2010, la scrittrice Jo Walton riprendeva le riflessioni di Delany per affrontare la questione della mancata “accettazione” della SF da parte di un pubblico che non la conosce. La risposta, ripetiamo, è che la fantascienza ha dei codici propri. In quei codici, la presentazione del mondo fantascientifico è al primo posto: in base al loro uso va giudicata la maggiore o minore consapevolezza linguistica (diciamolo: letteraria) di un’opera SF.
Intanto, allora diciamo che dal punto di vista formale, L’algoritmo bianco è un esperimento di cui non conosciamo precedenti: un romanzo breve e un racconto lungo (una novella e una novelette, nella terminologia editoriale statunitense), collegati dal protagonista e in ordine cronologico inverso. In entrambi, l’innovazione principale è una versione decisamente disincantata del ciberspazio, l'"Agoverso", che unisce rete informatica, droga e snuff movie, tenuto in piedi da una sorta di conglomerazione mafiosa globale. Nel primo racconto (cioè nel secondo), intitolato L’algoritmo bianco, la caccia a un pericolosissimo virus informatico di origine ignota si svolge in una Milano degradata, allo stesso tempo multietnica e ultrarazzista, in cui sembrerebbe impossibile la stessa sopravvivenza di qualunque essere umano sano di mente. Nel secondo (cioè nel primo), intitolato Picta muore, qualcosa di simile si svolge in una cittadina dell’hinterland, semispopolata e isolata fino a essere quasi una città-prigione, in cui la sopravvivenza fisica del protagonista è legata a quella “virtuale” dell’Agoverso.
Da buon autore postmoderno, Dario Tonani sa giocare con la fantascienza e i suoi miti.
Il ritmo dell’azione è di provenienza (ce lo conferma l’autore) cinematografica, da film ambiziosi come Fuga da New York di John Carpenter o Strange Days di Kathryn Bigelow fino a storie d’azione come Babylon A.D.. Ma il tratto distintivo di L’algoritmo bianco non è solo la velocità dell’azione su cui poneva l’accento l’immediata recensione di Emanuele Manco, ma soprattutto la capacità di fornire informazioni in poche parole (chiamiamola densità di significato), obliquamente e di passaggio. Qualcosa che va molto al di là delle semplici regole (showing vs telling) da scuola di scrittura: quando informa di sé tutta la storia, è il marchio della migliore fantascienza scritta, che proprio il cyberpunk ha portato ai massimi vertici.
Questa è una strada che la SF italiana non può fare a meno di percorrere. Anche perché dalla lettura di autori sofisticati come Gibson (e di figure highbrow come Pynchon, DeLillo, McCarthy) alla conoscenza dei codici della SF cine-televisiva, dei fumetti e dei videogiochi, la nuova generazione di lettori conosce benissimo questa velocità, questa densità informativa.

Il protagonista è indubbiamente il punto cardine, e Tonani ha dimostrato un perfetto senso della misura. Dicendo di meno, Gregorius Moffa sarebbe stato un action hero tutt’altro che all’altezza di un genere sempre più sofisticato. Dicendo di più, si sarebbe caduti in un superomismo stucchevole.
In un romanzo di SF, il ruolo del personaggio è soprattutto quello di “filtro”: ci mostra il più possibile del suo mondo semplicemente vivendo la sua vita. Questo Moffa lo fa benissimo, nonostante la sua presunta, nuova solo per noi, “bidimensionalità” (ma non si era detto lo stesso, a suo tempo, del Case di William Gibson, e di tutto Neuromante?). Attraverso i suoi occhi reali e virtuali, passano fulminei flussi di dati, affastellati ma rigorosi nella loro necessità, che tracciano l’essenziale di questa Lombardia del 22° secolo e dell’inquietante agoverso. The street finds its own uses for things, diceva un racconto di Gibson. Nelle strade di Milano e di Picta, Moffa cerca di muoversi, di sopravvivere e tirare avanti, facendo il proprio lavoro da buon professionista e uomo di parola che non fa troppe domande ma non smette di guardarsi intorno; consapevole di essere una pedina e non uno dei giocatori dietro le quinte, sa usare e soprattutto nominare tecnologie che gli sono estranee. Non è stato lui a crearle, al massimo può cercare di trarne qualche vantaggio, o di sfuggire alle loro minacce. Sono quei nomi, sparsi qua e là, a permetterci di ricostruire i frammenti del mondo: blatte, oracoli, agoverso, nanochim, holopict, sniffer, schistosoma, corticali, vuoti. Non si tratta solo di sovraccarico sensoriale, di aggressione delle emozioni: quelle parole sono ciò che ci porta a quell’operazione mentale di world-building che è l’essenza stessa della SF. Questa è la poesia della fantascienza, che riesce a farci intravedere, letteralizzandolo e paradossalmente incarnandolo nel virtuale, l’orrore di un potere lontano.
Infatti, dal vuoto (letterale) nasce un pieno (metaforico, che vale anche per noi). Se il libro insiste su un processo fantascientifico totalmente, informaticamente impalpabile (“L’Algoritmo si era fatto Blatta”), allora la manipolazione di dati immateriali ha conseguenze ben concrete per i corpi di chi vi è esposto. Come dice uno dei rari monologhi interiori, “Il Verbo si era fatto Carne”.
In una trappola del genere, l’unica opposizione può nascere dall’interno, qualcuno che apprende i meccanismi della città-galera per sovvertire, almeno un poco, il carcere globale di un mondo non solo connesso ma doppiamente connesso, nella globalizzazione sociopolitica e in quella dell’Agoverso. In tutto questo, il ruolo di Moffa ci ricorda un altro antieroe del fantastico italiano recente, il Pantera di Metallo urlante di Valerio Evangelisti. Come ha detto Evangelisti in un’intervista del 2004, “Pantera rappresenta la ribellione istintiva, e spesso si trova dalla parte del bene, ma più per caso che per scelta. Però sa dov’è il bene” (cit. in Luca Somigli, Valerio Evangelisti, Cadmo 2007).
Moffa non è simpatico, e onestamente poteva risparmiarsi di chiamare “negro” il suo compare Lamouff, spacciatore di merci degradanti e addirittura di fantascienza. D’altra parte, è disposto a pagare per avere una sola pagina di un gioiellino dimenticato come Follia per sette clan di Dick, in quell’edizione Galassia che negli anni Settanta riusciva a regalare a una nuova generazione di lettori curiosi perle che l’editoria “rispettabile” si rifiutava perfino di prendere in considerazione. Per noi che leggiamo SF ora (e cerchiamo di contribuire, nei limiti delle nostre possibilità, alla sua promozione in un’epoca che sta marginalizzando ancora di più tutto il fantastico in Italia), Moffa ha qualcosa di autoironicamente familiare. Chi ama la fantascienza deve dire con inquietudine: mio simile, mio fratello!
Per avere di più ci sarebbe stato bisogno di altri personaggi che offrissero altri punti di vista (come fa Gibson), o di “a parte” che raggiungano lo stesso scopo: non parlo di infodump, ma di quei trucchetti che sapeva usare benissimo John Brunner, e da cui ha imparato molto anche Alan D. Altieri. Ma si sarebbe trattato di un romanzo. Nella dimensione della lunghezza “media”, Dario Tonani dimostra un controllo quasi perfetto dei protocolli della SF.
Una spruzzata di altri personaggi c’è nella prima storia, L’algoritmo bianco, che per questo all’inizio della lettura avevo trovato un po’ al di sopra dell’altro anche per qualche maggior variazione nei ritmi dell’azione. La seconda, Picta muore!, invece, sembra avere sempre la stessa marcia, o forse marcia su un’autostrada troppo rettilinea, mentre qualche curva ci avrebbe concesso una visuale più ampia. Faccio, però, l’avvocato del diavolo contro me stesso e mi rispondo che il vero centro di una narrazione SF è la presentazione di un micromondo, che supera il test fondamentale. Alla fine della lettura, è Picta che resta con forza in mente. Non conosco l’area abbastanza bene da trovargli un equivalente reale: presentando il libro a Fiuggi, Tonani ha parlato di Tortona; leggendolo, io avevo pensato a Voghera, come se il famigerato supercarcere avesse inglobato tutta la città, ma ovviamente non si tratta di questioni importanti. Resta quel luogo: una città abitata da persone che non possono respirare altra aria; i graffiti che rendono l’aria respirabile e se ti allontani da loro soffochi. Dovendo scegliere, è proprio Picta, con la tremenda ricchezza delle sue ambiguità, che potrebbe meritare nuove visite, e/o nuovi visitatori.
In altre parole, L’algoritmo bianco riesce a evocare un mondo attraverso spaccati – solitamente brevi, dalla fotografia d’ambiente al flash o al soundbite – di diverse componenti di questa società, di componenti a diverso livello delle gerarchie del potere. Ecco, il capolavoro assoluto ed epocale avrebbe trasformato almeno alcuni di queste “componenti” in personaggi di contorno. Ma il punto è che stavolta seriamente stiamo paragonando un libro di SF italiana con Gibson e compagnia. Questa volta, nessun senso di inferiorità è lecito.

Concludo tornando all’aspetto distopico, provando a rispondere ad alcune delle reazioni negative lette in rete. Per quanto non detto, il progresso scientifico-tecnologico e il collasso ambientale sono percepibili abbastanza chiaramente. E se, per i suoi critici, il problema fosse che da nessuna parte le due cose (progresso e disastro) sono legate e considerate sinonimi? Questa distopia in nessun caso guarda indietro, ad alcun buon tempo antico. Mi pare un primo passo per non precludersi un futuro. Ed è quel passo che solo la fantascienza, per i motivi detti all’inizio, può fare.
L’elemento distopico è una costante nella SF recente – anche se forse, guardando indietro, c’è in tantissima buona SF. Ma rispetto a quella precedente, da Gibson in poi c’è il rifiuto di dare la colpa a una specie di “caduta” da una dimensione più “naturale”, insomma la critica del presente non porta a un’idealizzazione del passato. Cosa che a me sembra – anche “politicamente” – un punto di partenza importante, uno degli elementi che staccano la SF migliore dagli atteggiamenti di tanti letterati ufficiali, soprattutto ma non solo italiani. Questo mi sembra l’elemento più produttivamente anomalo. Se di professione facessi l’esperto di letteratura italiana probabilmente comincerei a ipotizzare l’emergere un gruppetto di romanzi centrati su personaggi totalmente negativi, anche fuori dai generi, anche se ancora una volta l’inquisitore di Valerio Evangelisti risulta il progenitore di tutta una sensibilità: si potrebbero fare i nomi di autori diversissimi come Niccolò Ammaniti e Antonio Scurati.
E L’algoritmo è uno dei pochi libri italiani che riesce ancora a guardare – con un’acida spruzzata di grottesco – a quella underclass che, invece, i letterati “alti” si limitano a idealizzare, soprattutto respingendola nel passato. Tornando alle critiche, infatti, noto una curiosa contraddizione. Da un lato si critica la “velocità” come esaltazione di un’ipermodernità eccessiva e superficiale. Dall’altro, si critica la “cupezza” come atteggiamento troppo negativo verso il mondo moderno di Moffa. Mi sembra il vecchio gioco di apocalittici e integrati che in fondo finiscono per assomigliarsi. Sospetto questo gioco sia uno dei motivi per cui la SF è stata da noi ancora più marginalizzata che altrove. È un gioco a cui la SF migliore non ha mai partecipato, provando a essere in presa diretta sul presente, scagliando la sua voce critica nel linguaggio che le compete.
L’algoritmo bianco non sarà un punto di arrivo, o almeno ce lo auguriamo, ma (proseguendo quanto iniziato con Infect@) è un punto di transizione nella direzione giusta, e forse è anche riuscito a fare un notevole pezzo di strada. La strada della fantascienza.