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La fantascienza: specchio deformante della realtà
“Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani”, era il proposito e l’auspicio espresso da Italo Calvino nel 1968. Più di quarant’anni dopo, ne cogliamo la validità immutata in un mondo che giustappone estrema volatilità degli equilibri internazionali e rigido immobilismo della dimensione privata. Si è generata una frattura, una rottura di ogni equilibrio preesistente (gli spazi delle nostre certezze, convinzioni e convenzioni), e da questa crepa è emersa un’unica evidenza: la precarietà, controparte (necessaria? vorremmo che non fosse così per sempre) del dinamismo dei nostri tempi in continua accelerazione, obbligandoci agli affanni e alle cure che tutti conosciamo nel nostro quotidiano.
Ormai sarebbe inutile organizzare un processo ai colpevoli: e sarebbe un grave spreco di tempo, risorsa quantomai vitale. Ma non è tardi per elaborare nuovi metodi di approccio alla realtà. A riprova dell’attualità pressante degli intenti di Calvino citiamo un articolo pubblicato da Giorgio Bocca lo scorso dicembre, Quel Papa filosofo con i piedi per terra (più degli scienziati) (sul Venerdì di Repubblica, 10 dicembre 2010):

Un Papa di Santa Romana Chiesa ha avuto il coraggio di dire ciò che i politici tacciono: che il modello di sviluppo proposto dai liberisti come dai comunisti, cioè dalla cultura contemporanea, il modello dello sviluppo continuo e illimitato è contraddetto dai limiti fisici del mondo e dell'umanità, dal fatto che non ci sono più spazi liberi per tutti, che non ci sono più aria, acqua, materie prime per tutti, vale a dire che il crescete e moltiplicatevi evangelico è oggi un suicidio della specie. Non ha detto che l'emigrazione in altri mondi è un'utopia, ma ha detto che alla sopravvivenza in questo mondo dobbiamo provvedere migliorando l'agricoltura più che la missilistica o l'astronautica, perché la prima ci servirà per nutrirei e farci sopravvivere, mentre le seconde servono solo a fare nuove guerre.

Al di là delle ideologie, colpisce l’identificazione del nemico, del Male assoluto, ancora nell’anno di grazia 2010, con i limiti della scienza. Almeno due sono i punti deboli. Primo, l’insostenibile convinzione che i risultati prodotti dalla scienza (da tutti noi – nel Nord del mondo, ma non solo – misurabili qualitativamente, se non quantitativamente, nel progresso che ha attraversato il Novecento e questo scorcio di XXI secolo) abbiano generato una fiducia incondizionata nelle sue potenzialità, innescando un circolo vizioso di aspettative sempre più amplificate. Secondo, il pregiudizio che la scienza esiga un credito fideistico e acritico, che giustificherebbe un presunto slancio verso mete irrealizzabili le cui ricadute porterebbero ad applicazioni intrinsecamente deleterie, disumanizzanti e (auto)distruttive. Il discorso di Bocca nega al metodo scientifico ogni carattere di umiltà e concretezza, e vi riscontra solo segni di superbia e presunzione (nel nome del rimpianto di quale passato? basterebbe pensare a quanto ci ha detto il femminismo, anche attraverso la fantascienza), travisandone il senso sull’onda dello stesso, inappellabile, dogmatico preconcetto che da un secolo informa la cultura italiana.
Dai tempi di Alberto Moravia (paradigmatico il suo rifiuto dell’esplorazione spaziale e di ogni immaginario di ispirazione scientifica, nel reportage per l’Espresso dal Goddard Space Center alla vigilia dell’impresa dell’Apollo 11: A che serve la Luna), e delle polemiche lanciate contro Calvino da Carlo Cassola, Anna Maria Ortese e perfino Pasolini, richiamate da uno di noi due in un recente articolo su Robot n. 60 (Salvatore Proietti, La cosmicomica parabola di Italo Calvino), non sembra essere cambiato molto. Il gap fra le “due culture” resta spalancato come un abisso, e troppi si compiacciono di respingere a priori della modernità, invece di (malignamente: forse per non?) proporre strumenti per azioni di cambiamento sempre più indispensabili.
Sorprende ritrovare in Bocca un richiamo preciso al repertorio della fantascienza, quando parla di “emigrazioni planetarie della durata di decenni o di secoli, di uomini ibernati addormentati che si sarebbero risvegliati in nuovi mondi lontani anni luce”. Semplice travaso memetico di concetti diffusi nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo? La specificità dei riferimenti farebbe sospettare una conoscenza più approfondita di quanto Bocca sia disposto a riconoscere. Sulla possibile spinta del super-io culturale, la posizione viene precisata al di là di ogni possibile dubbio:

La letteratura spaziale delle migrazioni nei nuovi mondi era il modo di pensare non alla sopravvivenza, come si è creduto, ma alla rassegnazione, all'autodistruzione, allo spreco delle risorse e delle possibilità reali: erano i sogni dei rassegnati e degli sconfitti.

Prerequisito per questi discorsi è postulare un modello malefico da cui fuggire, contro cui legittimarsi: nell’invettiva di Bocca, i sogni dei matematici dell’Occidente, costruttori di computer utili solo agli eserciti, sono contrapposti alla riscoperta vocazione per la terra dei contadini cinesi.
Lo scollamento dalla realtà è evidente: parlare dell’idilliaca lungimiranza degli agronomi cinesi (un “orientalismo” di ritorno che, per esempio, nega al Terzo Mondo ogni possibile rapporto con la democrazia) significa ignorare tante megalopoli disumane, alienanti per le persone e catastrofiche per l’ambiente nel forsennato perseguimento di un modello di sviluppo che andrebbe criticato su altri terreni. Ma è un utile strumento per costruire un nemico facile, la scienza. Un simile clima da caccia alle streghe è davvero qualcosa di cui abbiamo bisogno in questo momento storico?

Per motivi che solo fra qualche anno avremo la necessaria distanza critica per esplorare, il 2009 si profila come un anno cruciale per la letteratura fantastica italiana. Nella fantascienza abbiamo avuto opere ambiziose di Clelia Farris, Dario Tonani, Vittorio Catani e Gianluca Morozzi – una diversità che risuona col proseguire dell’attività, tuttora troppo trascurata, di Tullio Avoledo, con l’avventura spaziale di Franco Piccinini, con il ritorno d’attenzione per il cyberpunk di Francesco Verso e Mario Gazzola, e con la varietà di approcci dell’antologia Avanguardie Futuro Oscuro curata da Sandro Battisti, insieme al lavoro delle riviste specializzate e di tanta piccola e media editoria. Nel fantastico, Esbat di Lara Manni sarà probabilmente riconosciuto come un punto di svolta stilistico e tematico per la fantasy, e la raccolta Malarazza di Samuel Marolla indaga con forza il rapporto fra orrore e realismo degli scenari italiani – a loro volta insieme al lavoro di Danilo Arona, Francesco Dimitri e altri (ricordiamo almeno le autrici di Le figlie di Cthulhu curata da Pietro Guarriello).

Anche nel segno di Calvino, questo secondo numero di Next Station si muove fra immaginario e reale. Andrea Bernagozzi dedica a Greg Egan, maestro australiano della hard science fiction, un articolo incentrato su uno dei suoi racconti più vividi, a dimostrazione di quanto un’opera di fantascienza estremamente sensibile all’attualità scientifica possa risultare efficace come lavoro di critica sociale e denuncia civile. Salvatore Proietti legge il felice incontro fra politica (l’indignazione distopica, l’apertura utopica) e forma (l’epica fantascientifica) del romanzo Il quinto principio di Vittorio Catani, culmine di dieci anni di lavoro di un maestro della SF italiana. Alex Tonelli ricorda il grande scrittore portoghese José Saramago, scomparso lo scorso giugno dopo aver dedicato la carriera alla denuncia delle trappole ideologiche disseminate sul cammino dell’umanità contemporanea: rileggiamolo (senza paura di sminuirlo) anche come autore fantastico e fantascientifico. Giovanni De Matteo scava tra le pieghe culturali di X, il romanzo distopico di Cory Doctorow dedicato a un riflusso autoritario negli Usa della war on terror e, insieme a Sandro Battisti, propone una riflessione retrospettiva e un rilancio dell’arcipelago narrativo dei Connettivisti. Giancarlo Manfredi, in dialogo con un suo precedente articolo uscito su Next nel 2006, propone una riflessione sul ruolo di Star Trek nell’immaginario collettivo italiano. Fernando Fazzari anticipa infine un’inchiesta sullo stato della scuola italiana alla luce della recente riforma: la precarietà diffusa darà, purtroppo, un crescente contributo a plasmare il nostro senso del futuro.
Nelle rispettive rubriche, Salvatore Proietti si muove fra un omaggio critico al fumetto americano anni 60-70, e in particolare al ruolo di Jack Kirby, e le recenti riletture di quella silver age in romanzi di Gianluca Morozzi e Junot Díaz; e Sandro Battisti rievoca un concerto dei Christian Death nel 1990, testimonianza personale di un impatto emotivo che per l’Italia dark andava ben oltre il valore musicale del gruppo.
La sezione narrativa presenta racconti di Sandro Battisti, Marco Moretti e Giovanni De Matteo. Per la poesia, Alex Tonelli presenta una scelta di versi di Ettore Fobo, poeta milanese che ha da poco pubblicato il suo nuovo volume.

Sin dal primo numero del suo nuovo corso, Next Station ha messo al centro l’attenzione per i generi letterari e le marginalità, nell’immaginario come nella realtà. Se c’è una cosa di cui possiamo rimproverarci è senz’altro l’attesa che vi abbiamo imposto prima di arrivare a questa seconda tappa. Come dimostra questo lungo preambolo, crediamo che un maggiore presidio culturale sia tutt’altro che inutile. Ma per riuscire ad arginare l’avanzata dei nuovi barbari abbiamo bisogno di forze nuove e di un sostegno costante. Altrimenti possiamo rassegnarci a vivere in un mondo nemico del futuro e di ogni immaginario non allineato. Tranquilli e beati. O meglio: rassegnati e sconfitti, come i sogni di chi ci ha portati fin qui.
Giovanni De Matteo & Salvatore Proietti

[In copertina: Augmented Bononia, di Marco Moschini.]
02/03/2011

Connections beyond borders: The Connectivist Manifesto di Connettivisti

We are the Keepers of Perception, Guardians of Fallen Angels, Wolves of the Stars. A collective of free, independent dreamers. We live in cyberspace, we are everywhere. We know no frontiers. This is our manifesto.

The Connectivist Manifesto is finally available in English translation, thanks to the work of Arielle Saiber, Salvatore Proietti & Giovanni De Matteo.

Leave your minds free to spread beyond the frontiers! [LEGGI TUTTO...]

MANIFESTO 2.0

Più conciso e diretto del precedente, pronto all'emergenza, renitente a ogni chiusura: perché essere tutto è l'unica possibilità, la sola sperabile consistenza. [LEGGI TUTTO...]

Next International # 01

The first international issue of our magazine, edited by Giovanni De Matteo and [LEGGI TUTTO...]