Terre morte

di X, 19/09/2008

Questo racconto è un esperimento ballardiano. Ma non solo. La sua stesura risale al 2004 ed è un omaggio per commemorare un anniversario. Terre morte vide la luce sul numero 0 di NeXT, quando tutto ciò che oggi conosciamo stava appena avendo inizio e non esisteva che in potenza. Oggi mi sono deciso a riprenderlo in mano per le stesse ragioni che mi spinsero a scriverlo. E' stata l'occasione per immergermi nel passato, ma anche per rimettere mano ad alcuni passaggi un po' arrugginiti. Questa nuova incarnazione di un sentimento covato a lungo, che ancora persiste sotto le ceneri, vede adesso la luce elettronica della rete. E il ciclo della vita e della morte, dell'estinzione e della rinascita, può proseguire.

L’auto scivola dolcemente sulla SS 407 mentre dall’impianto di diffusione dell’autoradio Sting traccia la sua posizione in relazione a Gerusalemme e alla Luna. Calato all’improvviso in una dimensione parallela, in attesa di non so nemmeno io cosa, mantengo lo sguardo fisso sul nastro d’asfalto che mi si srotola davanti dritto verso l’orizzonte. Di sottecchi continuo a cogliere gli elementi distintivi del paesaggio – campi desolati cullati dal vento di scirocco, il greto di un antico fiume disseccato e ridotto a canale di scarico, case coloniche abbandonate da tempo immemore, ruderi diroccati rimossi dalla memoria topografica del luogo che continuano a sfidare l’impassibilità del cielo come spettri ostinati. A sud le torri di una installazione petrolchimica svettano nella campagna, eruttando incerte lingue di fuoco nel cielo indaco del tardo pomeriggio.
Malgrado gli sforzi dell’impianto di climatizzazione, riesco a sentire la ferocia del clima artigliarmi la pelle: sono consapevole della natura psicologica di queste impressioni, il guaio è che non riesco a convincere il nucleo primitivo della mia mente. Il potenziale condizionante della visione è radicato troppo a fondo per venire by-passato. Devo tornare alla strada, ignorare i dettagli rivelatori del panorama e lasciarmi trasportare altrove dall’armonia ipnotica delle note…
Comincio a credere che sia stato tutto uno sbaglio. Questo viaggio, l’impulso improvviso e indecifrabile di un ritorno, nella vana speranza di recuperare con il tempo perduto anche scampoli di un’ispirazione dissoltasi nel vuoto… Il senso di vuoto: è questa l’impressione che domina la mia consapevolezza, come un’assenza che dopo un lungo periodo di latenza torna a far sentire la sua voce spietata.
Colgo con un brandello di consapevolezza l’avviso di un cartello stradale che annuncia con blanda disinvoltura l’ingresso imminente nel Territorio Denuclearizzato. Sento un brivido gelido scorrermi lungo la schiena. Scacciando il senso insistente di inquietudine allento la pressione sull’acceleratore e mi appresto ad imboccare l’entrata di un motel che pare scampato alla terza guerra mondiale. L’insegna al neon disegna con molta mestizia la scritta: IL FAUNO. Mi immergo in una familiarità consunta fatta di muri scrostati, imposte marce e vetri muti. L’abbandono delle camere è palese al punto da materializzare una visione di brande vacanti e misere suppellettili impolverate.
Se ogni cosa, quaggiù, sembra essersi fermata a una decina di anni fa, non altrettanto può dirsi per il prezzo del carburante. La nafta e la benzina hanno tenuto il passo con il valore del greggio sui mercati occidentali.
Giro la chiave e il motore JTD 1.900 si spegne con docilità meccanica. Un uomo dal passo incerto si accosta all’auto. Nella sua espressione senza tempo vedo rifulgere una vitalità antica e non del tutto umana. Mi chiedo come si possa conservare una pur ambigua traccia di umanità in un luogo come questo, in cui l’uomo ha cominciato a pagare per tutte le sue malefatte, ma lo sguardo arcigno che incontro sotto le folte sopracciglia da satiro mi distoglie dai miei inutili pensieri.
Chiedo il pieno porgendo le chiavi e il benzinaio si appresta a eseguire con una scrollata di spalle. La pompa si mette in funzione con un ronzio e un risucchio. Mentre il serbatoio si riempie mi concentro ancora una volta sulla suggestione aliena ispirata dal paesaggio. Pendici brulle di colline lunari, cespugli riarsi dal sole, sabbia soffiata via dal vento lungo il tracciato di un binario morto.
– Si ferma per la notte?
– Che cosa?
– Abbiamo una stanza – biascica l’uomo senza età. – Una stanza è pronta per lei. Libera. L’ho conservata per il prossimo cliente, alla partenza di quello prima.
Gli volgo un’occhiata interrogativa. – Si ferma molta gente qui?
– Qualcuno – taglia corto il benzinaio, regredendo improvvisamente all’originaria laconicità.
– Turisti del Territorio?
L’uomo annuisce, ma il suo silenzio non riesce a dissipare i miei dubbi. Pago in contanti e mi riprendo le chiavi. Improvvisamente la velocità è divenuta un’esigenza di sopravvivenza.
– Buonasera – dico riavviando il motore.
– Arrivederci – risponde il satiro, e d’un tratto la sua identificazione con la sagoma silvestre stilizzata sul frontale della vecchia costruzione in rovina mi si mostra in tutta la sua nitida completezza.

Il cielo all’orizzonte si è ormai scurito, azzannato dalle fauci della sera, quando in prossimità dello svincolo di Metaponto decelero e mi appresto a imboccare la 106 Ionica. Dall’autoradio la voce camaleontica di David Bowie si lancia in una sequenza di acrobazie melodiche a cavallo di un riff elegante, spietata linea di basso che percorre obliquamente la mia percezione. Come la direttrice trasversale della regione, anche questa sua costola litoranea è pressoché deserta. I cartelloni pubblicitari ai bordi delle strade lanciano i loro sofisticati richiami commerciali nel vuoto pneumatico sopra l’asfalto, sirene dell’era del consumo abbandonate a un progressivo esaurimento.
Mi ritrovo a pensare allo scopo del mio viaggio. Venti poesie per descrivere un itinerario che non è solo uno spostamento geografico, ma soprattutto un tragitto interiore nei luoghi della memoria distrutti dal disastro del Cinque. Venti poesie per il prossimo numero di Onda IX, e forse un’ossatura per la mia prossima silloge. Al momento posso contare su un misero abbozzo di Metaponto e Siris, frammenti estrapolati da vecchie istantanee sbiadite, nient’altro. E la scadenza è per la fine di questa settimana.
Il paesaggio che si specchia sulla 106 è ancora più desolante dello scenario che ha accompagnato finora questa mia discesa agli inferi. Penso che mi sto lasciando suggestionare un po’ troppo da tutta questa situazione – gli avvisi, il silenzio, l’abbandono – e torno a concentrarmi sulla strada. Sono ancora indeciso se recarmi direttamente in albergo e rinviare la visita a mio padre all’indomani, oppure arrischiare una timida deviazione e consumare subito la spinta personale del mio lungo viaggio. Supero un incrocio custodito da una jeep dei Carabinieri – semafori spenti incombono fieri sul crocevia, totem di un’epoca post-industriale che svettano con arcaica maestosità nel crepuscolo – e la coppia di pattuglia mi degna di uno sguardo enigmatico, il messaggio dei loro occhi criptato dalle lenti a specchio dei Ray-Ban d’ordinanza.
Un paio di chilometri più avanti mi decido a svoltare prendendo una scelta che è più un riflesso condizionato che il frutto di una valutazione immediata. La mia consapevolezza non fa nemmeno in tempo ad accennare la sua protesta per il cambiamento di programma, che su questa secondaria interpoderale il destino mi viene incontro sulle ali della notte.
Emersa dalle ombre lunghe della sera, la minaccia informe mi si para innanzi con la crudele calma degli eventi irrevocabili. La correzione di traiettoria e velocità giunge in ritardo. Sento gli artigli delle gomme graffiare l’asfalto crepato, poi il ruggito si spegne nello schianto.
Dall’autoradio, frammenti di rock vecchi di trent’anni vengono a galla dal ronzio cacofonico che si mescola nelle bande a radiofrequenza. Lascio che la mia anima si addormenti avvolta nel rumore di fondo che invade l’etere…
Rumore bianco.
Un oceano grigio. Note che increspano la superficie.
Onde quantiche, nella notte che avanza.
La gabbia delle possibilità.
– Amico?
Il vuoto.
– Ehi, amico!
Una lenta dissolvenza.
– Amico, dico a te! Niente di rotto?
Quando riapro gli occhi, per una frazione di secondo le mie sensazioni colgono una realtà distorta, traslata verso il labile confine con il surreale. Nessuna traccia dell’indaco spirituale che fino a un attimo fa ha riempito il firmamento con la potenza di un crepuscolo in riverbero. Una luce dorata acceca i campi di grano ondeggianti sulla mia testa, adesso. E il cadavere composto della vettura è un sarcofago cromato abbandonato nel letto di cemento di un canale di deflusso.
Un timido sciabordio sorge da qualche parte, vicino a me. La voce dice: – Tutto bene?
Mi scuoto dal torpore, mentre le immagini vengono riassorbite nella sfera della percezione – e vedo un piccolo angelo davanti alla mia faccia.
– Amico… scusa, non ti avevo visto, vieni fuori di lì – mi dice porgendomi la sua mano quasi inconsistente, confusa col sogno com’è. La sua pelle ha il colore della cenere e i suoi occhi brillano di una luce antica.
A fatica mi tiro fuori dalla carcassa dell’auto. Resto attonito a contemplare il suo corpo di metallo vinto e inerte, tristemente abbandonato.
Matematica di aggressione e desiderio disinnescato… Realizzando lo stato della macchina – intrappolato come in una prigione psichica nel profilo contorto del paraurti anteriore – mi viene voglia di sacramentare. Mi trattengo, forse ispirato da quella assurda forma di reverenza che riesce a impadronirsi dell’animo dei sopravvissuti. Tiro fuori il cellulare per comporre il numero del soccorso stradale, ma una scarica di statica è tutto quello che riesco a strappare ai numi delle telecomunicazioni.
– Quegli aggeggi non funzionano qui, amico – mi informa il bambino. – Potrai chiamare aiuto quando saremo giunti a casa…
– È lontana da qui?
– Non preoccuparti, amico – mi rassicura premurosamente. – Lania si prenderà cura di te, io mi occuperò della macchina.
L’euforia elettrica scema e io mi decido a seguirlo. Alzo lo sguardo al cielo: l’orologio del mondo sembra tornato indietro di almeno un giro di lancette. La luce di un’ora prima risplende intorno a me e penso che il trauma deve avere innescato qualche oscuro meccanismo sensoriale, acuendo le mie percezioni. È più facile che credere che il tempo abbia potuto invertire la sua rotta.
Ma la sera non tarderà, anche stavolta. Così non c’è altro che possa fare. Mi inerpico sul pendio, maldestro, dimentico dell’agilità degli anni di gioventù. La mia guida, invece, si muove tra i campi con la sicurezza di uno spiritello silvano, un piccolo fauno conoscitore dei luoghi e dei loro arcani.
– Che ci fai da queste parti? – gli chiedo prestando attenzione alla misura dei suoi passi.
– Da queste parti? – mi chiede il ragazzino, senza capire. – Ci vivo…
La nostra camminata tra le spighe sembra protrarsi per l’estensione dilatata di un pellegrinaggio. L’aria salmastra combinata agli strascichi della botta mi ha seccato la gola. Quando scorgo la geometria mediterranea di mura bianche emergere dalle onde dei campi, comprendo che il viaggio è giunto alla fine. Sento montare il fervore estatico del devoto alla meta.
– Siamo arrivati – conferma la mia giovane guida. – Entra pure, io ti raggiungo dopo…
– Dove vai?
Ma lui è già svanito nelle ombre della sera. Resto a fissare immobile il debole barlume di una lampada a olio che rischiara l’interno dell’abitazione, animando di riflessi i vetri delle finestre. Nell’aria, per la prima volta, realizzo l’odore intenso della cenere e della sabbia bruciata che da lungo tempo deve avere sostituito l’aroma variegato delle colture intensive. E il silenzio. Le cicale hanno smesso di levare i loro canti alla luna, più o meno nello stesso momento in cui le radiazioni hanno cominciato a erodere il rigoglio delle piantagioni. Non ne resta che l’eco del ricordo, ormai.
Avanzo timidamente verso il portico e la porta socchiusa. Sulla soglia, una voce suadente mi accoglie.
…confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia di primavera. – dice sprofondando l’anima in ogni parola e nelle pause che scandiscono la musicalità dei versi.
Il rumore dei miei passi la interrompe. Il tempo sembra essersi riversato fuori dalle stanze di questa casa con la stessa facilità con cui la sabbia soffiata dal vento le ha invase, colmando quel vuoto. Nella penombra un movimento di grazia sovrannaturale.
– Mi scusi – esordisco non proprio brillantemente. – Ho bisogno di aiuto: ho avuto un incidente, e…
La ragazza mi guarda con distacco. Qualcosa nell’espressione vaga del suo viso riesce a catturare la mia attenzione. Dico: – Stia tranquilla, suo fratello non si è fatto nulla. Mi ha accompagnato lui, qui…
– Mio fratello… – ripete lei. – Si occuperà lui della macchina. Beva qualcosa. Vuole che chiami qualcuno? Dal presidio ci metteranno un po’ ad arrivare…
– Un bicchiere d’acqua andrà bene, grazie.

Sorseggiamo limonata ghiacciata seduti sul portico della vecchia casa. Le stelle intessono in cielo la trama scintillante della notte. L’atmosfera, nel raggio di chilometri, resta cristallizzata in una immobilità totale. Si sente appena la risacca delle onde lambire la spiaggia, qualche centinaio di passi più in là, nel buio. L’unica nota di movimento nei dintorni è data dalle scie luminose intrecciate dalle lucciole nelle tenebre.
– Non è più molta la gente che passa da queste parti.
Non fatico a crederlo.
– Scommetto che si era perso – sorride candidamente. – È facile smarrire la direzione nelle terre morte…
– Come?
– Questi campi inariditi, lo scenario desolato… è facile perdersi, se non si conoscono i luoghi. Qui un tempo viveva molta gente: dopo l’incidente quasi tutti hanno deciso di andar via. E adesso le strade sono in uno stato di abbandono quasi totale…
Le lucciole continuano a ordire traiettorie fluorescenti nella notte, ripetendo la consueta danza della morte artisticamente mascherata da schermaglia amorosa. – Non è proprio che non conosca questi posti. Quaggiù ci sono cresciuto. Ero di passaggio. Pensavo di fare una visita a mio padre.
– Non credo di conoscerlo. – La ragazza mi scruta con dolcezza, dandomi l’impressione di aver afferrato tutti i risvolti oscuri delle mie parole. – Immagino che sia successo prima dell’incidente…
Annuisco. – Già, prima di tutto questo. Voi, piuttosto, cosa ci fate ancora qui? Perché non avete abbandonato la terra insieme agli altri?
Prima che mi risponda, colgo un riflesso argentato sulla sua guancia, subito assorbito dalla vivacità degli occhi. – Ha qualche importanza? – ribatte.
Non credo. – Piuttosto, non ti ho ancora chiesto il tuo nome…
– Anche questo… – Replica Lania. – Ha qualche importanza?

Il suo corpo nudo sporgeva avanti come un bizzarro oggetto da esposizione: la sua anatomia era una ardita combinazione di violenza e desiderio, epifanie di piacere incandescente creavano un’intensa eccitazione attraverso la sapiente modulazione di dolore e sessualità. Nel silenzio planetario seguivo la ninfa lungo gli argini rocciosi, per i palazzi di carne e di ossa che componevano la struttura della sua armonia organica. Gemiti sommessi, pulsazioni cardiache e la successione aritmica del respiro scandivano la continuità fisica della scena.
Un silenzio ancora più intimo e viscerale tornò a regnare tra le pareti intonacate, in quella morena terminale delle emozioni che tratteneva in sé i residui della memoria e del rimpianto. Scivolando lungo le morbide linee del suo corpo, realizzai la perfezione della figura di donna incastonata nella connessione delle superfici delle stanza, elemento costitutivo della geometria temporale perduta delle terre morte.
Passai il resto della notte a guardare il cielo, ascoltando la musica temporale dei quasar.

Al mattino, nella luce candida e lattiginosa che piove dal cielo, mi sveglio sotto lo sguardo antico di un vecchio intabarrato. Mi scruta impassibile dall’altra parte della finestra. La faccia riarsa dal sole è l’unica parte del suo corpo esposta al giorno: il tempo, i campi e la fatica vi hanno scavato solchi profondi come crepe nell’argilla. Parla, ma non sento la sua voce. L’azzurro dei suoi occhi riverbera gelido nella mia anima.
È tempo di andare.
Ancora una volta mi lascio guidare attraverso i campi di spighe secche inondate dall’oro liquido del cielo. Seguo il vecchio su per i pendii screpolati, in dirupi scoscesi e tra pianori argillosi.
Finalmente, ci addentriamo nella frescura ombrosa di una pineta. Continuo a seguirne i passi sui residui vegetali del sottobosco e quando infine lo perdo di vista mi lascio guidare dall’eco dei suoi movimenti.
Il sentiero si inerpica sulla schiena di un promontorio. Ormai non riesco più nemmeno a sentire i passi del vecchio che mi precede. Cammino, trasportato da una forza di richiamo che mi era sconosciuta. Cammino e continuo a salire.
Un passo dopo l’altro, appoggiandomi ai tronchi dei larici e dei pini. Un passo dopo l’altro, pensando alla visita che da anni avevo promesso al ricordo di mio padre. Scrivere è come morire, penso: eccomi qua. Cammino e continuo a salire e nel frattempo una manciata di parole emerge da abissi oscuri, da cui credevo di essere fuggito per sempre.

Esala dai campi deserti,
spargendosi per coste e per valli,
lo stanco sospiro d’autunno.
Echi remoti riverberano
lungo gli antichi sentieri,
linee occulte tracciate nei boschi.
E dalle pietre dimentiche
avvolgenti si levano in coro
i canti perduti dei morti.

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