Cumhu, oltre la soglia dell’Ignoto

di X, 30/03/2014

Racconto di Andrea Jarok e Giovanni De Matteo, pubblicato sul numero 1 di Hypnos, finalista all'edizione 2014 del Premio Italia nella categoria Miglior racconto su pubblicazione amatoriale.

Un milione di anni dopo l’Interzona, eccolo prossimo all’ennesima transizione. Quello che è trascorso, nel mezzo, appare ora sbiadito e quasi privo di rilevanza, nel confronto con le stazioni di partenza e di arrivo di questa scorribanda psichica, al termine di una prospettiva che ha attraversato eoni estranei all’uomo e territori ancora più alieni.
Davanti a lui, nella cripta scolpita da mani armate di artigli che affonda nella roccia granitica di un pianeta esterno, imprigionato in un sarcofago che ne conserva inalterata l’essenza, giace l’Ultimo degli Antichi Immortali. Da qui, attraverso il sofisticato complesso alieno, irradia nell’etere il suo campo psichico, schemi residui di coscienza che scivolano indisturbati nel rumore di fondo della notte cosmica, ma abbastanza insistenti da filtrare ovunque trovino una falla, una crepa, anche minima.
La radiazione permea il continuum, in un raggio di diverse migliaia di anni-luce da questo mondo segreto, in orbita lenta attorno a una microscopica stella di classe C. L’unica cosa capace di interferire con la pace sovrannaturale che domina queste lande da incubo sembra essere proprio la sua flebile luce vermiglia, un canto siderale che parla di morte e di innominabili resurrezioni, di divinità maligne e ancor più temibili minacce e ritorsioni.
Lo Straniero, giunto fin qui al culmine di un sogno durato epoche intere e capace di sopravvivere a olocausti, cataclismi ed estinzioni di massa, non può fare a meno di pensare che il Viaggio è scaturito proprio da un Sogno, o meglio una Visione. Qualcosa che da quel momento lo ha accompagnato senza lasciarlo più solo.
La sua Consapevolezza Terminale.

L’illuminazione lo aveva colto consultando uno degli antichi rotoli trafugati dal mausoleo sepolcrale di Tutankhamon, il sovrano restauratore. Dopo l’interregno di Akhenaton, che aveva riformato la religione imponendo il culto del dio Aton e portato la capitale in una città edificata per la sua gloria postuma, il suo successore Tutankhamon, benché giovanissimo, aveva ripristinato il culto di Ammon, il “dio nascosto”, e si era ispirato agli insegnamenti dell’antica civiltà Hyksos che aveva dominato sulle foci del fiume Nilo.
Gli Hyksos: il misterioso popolo dell’acqua calato dal nord quattro secoli prima, per molti aspetti ancora sconosciuto…
Tra i mille tesori recuperati nella Valle dei Re, i papiri segreti di Tutankhamon avevano rappresentato di gran lunga la più preziosa delle ricchezze tramandate con il corredo funerario del faraone.
In quei rotoli, la Consapevolezza Terminale era stata codificata in formule criptiche ma non inaccessibili, nel sistema linguistico in uso presso la casta sacerdotale. “Il tempo veicola la Morte”, recitava un frammento vergato in scrittura ieratica.
Ma una spiegazione meno sibillina derivava da una iscrizione più estesa, sopravvissuta quasi integra a oltre tre millenni di abisso.

Il tempo che trasporta la Morte è la ruota che gira intorno al suo asse. Mentre la ruota gira, la maledizione si ripete. Ma la ruota può essere fermata. E, come la ruota, può essere fermato il ciclo eterno della vita, che impone la Morte come suo debito (epilogo? termine ultimo?).
Ciò che gira e si muove si può fermare.
Il tempo può finire. La morte morire.

Il seguito si faceva gradualmente più confuso, fino al punto da non risultare più decifrabile se non a patto di accettare assunzioni sempre più audaci. Un’unica, impossibile formula religiosa, modellata su un lessico alieno da una grammatica arcaica.
Lo Straniero – che a Tangeri tutti conoscevano come el hombre invisible – ne era venuto in possesso a Londra, nel corso delle sue lunghe peregrinazioni, attraverso un mercante di antichità che professionalmente aveva maturato una consolidata esperienza nel commercio clandestino di opere rare e memorabilia. Aveva quindi dovuto affidarsi a uno studioso di egittologia in pensione per decodificare il mistero. L’anziano professore gli era stato di grande utilità, ma anche il suo immenso sapere si era arenato di fronte al brano che concludeva il papiro. Lo studio lo aveva precipitato oltre una soglia, e non c’era da stupirsi se a quel punto la sanità fisica e mentale lo aveva abbandonato. Sarebbe morto di lì a poco, malgrado le attenzioni disposte per lui dallo Straniero presso una clinica nel sud della Francia, in riconoscenza per il prezioso contributo offerto alla causa della Consapevolezza.
L’illuminazione avrebbe colto lo Straniero solo più tardi, con la complicità di una dose di psylocibina particolarmente malefica. Era entrato volontariamente in un piano di sperimentazione di droghe neurotrope e stadi alterati di coscienza. Aveva quasi recuperato la confidenza con la beatitudine che aveva guidato la sua antica pratica con lo yage, quando qualcosa doveva essere andato storto.
Col senno di poi, gli eventi assumevano una parvenza di necessità che aveva del singolare. Lo Straniero non si era mai separato dal prezioso papiro. Per tutto quel tempo aveva proseguito gli studi, basandosi sugli appunti e le considerazioni dello studioso che lo aveva preceduto, inseguendo un significato che aveva continuato a sfuggirgli. Ma quella notte tutto cambiò.
Come un virus, il testo si era insinuato in lui, probabilmente agevolato dai vapori della chimica: si era innestato nelle routine neurali come un istinto codificato a fondo nel suo essere umano. Un virus semantico aveva soggiogato le sue funzioni cognitive, asservendolo alla propria Legge, fino ad evocare dagli abissi oscuri dell’inconscio la Visione che era degenerata nel Sogno.
Allora lo Straniero si era trovato solo, al cospetto del silenzio ancestrale di una cripta aliena, a stringere tra le mani l’ultimo papiro trafugato dalla tomba di Tutankhamon, lottando contro una forza oscura, inamovibile, per evitarne il progressivo disfacimento in polvere.

Trovare un passaggio fino a questo mondo morto – Nemesis A, come lo conoscono i registri di rotta, ovvero Yuggoth, come veniva chiamato nelle scritture e nei racconti tramandati per via orale, di generazione in generazione, in famiglie temute o emarginate, o solo evitate, di villaggi sospesi tra colline aride e desolate e coste sinistre – e arrivare fin quassù, a un anno-luce dal Sole, dove le distanze cosmiche affievoliscono la radiazione dorata e la stingono in un fievole lume di candela, non è stato facile.
Strappare un passaggio a un vascello di lupi siderali assoldati nell’orbita di Urano è costato un occhio della testa, in termini di liquidità e promesse di saldo. Evitare gli assalti dei pirati al soldo del folle Hassan-i-Sabbah si è rivelato più complicato del previsto e la Ragazza Iperluminale, al cui governo era affidato il timone dell’Extinction’s Cry, il clipper maledetto, ha predetto che i corsari del viscido Hassan torneranno all’assalto. Le proiezioni quantiche elaborate nella connessione prana-bindu, nella sinestesia neurale con i suoi schemi psi, attribuiscono all’evenienza una probabilità molto bassa, ma il tasso di confidenza ha destato comunque allarme nell’esperta navigatrice.
Hassan potrebbe materializzarsi nell’orbita di Yuggoth a breve. Potrebbe essere ormai davvero questione di ore…
Ma una minaccia ancora più temibile di un esercito di folli invasati sobillati da un predicatore demente è quella che si prospetta davanti agli occhi dello Straniero, in questa cripta che perfino le divinità cieche e ottuse che presiedono alle dinamiche del caos e, attraverso quelle, ai meccanismi celesti e oscuri del cosmo, rifuggirebbero. L’Orrore Supremo: quello che ha davanti è uno di quei grumi d’incubo e dannazione che gli Altri Dei riservano a una minoranza di infelici, perché sia tramandata di generazione in generazione il timore della loro furia e potenza, insieme all’eco delle loro gesta.
I funghi ricoprono le pareti, il soffitto, il pavimento e anche vaste zone sulle superfici esterne dei congegni raccolti in questo rifugio. Intessono un tappeto alieno. Un tappeto che all’improvviso prende vita. Si svolge tutto nel giro di un istante: i grappoli di cisti si schiudono simultaneamente, rilasciando uno sciame di spore. Migliaia di miliardi di spore… Una nube malaticcia che protende tentacoli di morte, un necro-vapore dispensatore di morte e maledizioni.
Lo Straniero non può sottrarsi al suo mortale abbraccio. Come un dormiente cederebbe alle tentazioni del dio Hypnos, così lui si vede soccombere al colore laido e denso vomitato dai funghi di Yuggoth.
La nube – quell’infida sospensione di microcorpuscoli alieni – penetra in lui con l’aria che respira, penetra in profondità nella trachea e lungo i bronchi fino ai polmoni, vince le resistenze degli alveoli ed entra in circolo, diffondendosi in lui finché la Consapevolezza Terminale della Vita e della Morte arriva a possederlo. Nella sua mente riacquista sostanza il ricordo del papiro, le parole del rituale e la localizzazione astrografica di Yuggoth.
E il suo corpo ricorda.

È nudo, ricoperto di squame e si crogiola felice alla luce tiepida di un sole alieno. Nelle paludi di Minraud, vermi affamati aggrediscono le sue membra e si contorcono in preda a una muta frustrazione, incapaci di infrangere lo scudo della sua spessa pelle da rettile. Da ricettacolo di parole tenute in vita dal tempo emerge una saggezza stellare: la lotta contro il tempo e la Morte, ecco il denominatore comune che tiene insieme le civiltà di quel ramo della Galassia, unite nello sforzo individuale di oltrepassare i limiti delle leggi instillate nella natura dalle uniche entità in grado di interferire con essa. Entità antiche quanto l’universo e malefiche oltre ogni misura, rese folli di rabbia dal fluire degli eoni. Loro, gli Altri Dei che si contorcono e si dimenano e urlano alla corte del Caos Primigenio, in un mostruoso trambusto nucleare. Laggiù, nel profondo!
Una Trasfusione di Eternità: per eseguirla, il solito ago.
Nudo, sprofonda nella pelle improvvisamente accogliente, si concede alla carne e disseta la vena. Di lì risale il flusso circolatorio fino al cuore e riparte a velocità di curvatura in arterie sussultanti – gallerie organiche dalle diramazioni frattali, senza fine – sospingendo la forza delle parole, concludendo al termine di una scorribanda psichica durata mille eoni e una pulsazione e mezza la sua Ultima Evocazione.

C T H U L M L H U

Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtang.
E davanti allo specchio del bagno – in una stanza sconosciuta, in un motel dimenticato da Dio ai bordi di un’autostrada infinita, che ora sembra attraversare tutto il tempo con il suo asfalto grigio reso lucido dalla pioggia dell’Europa – lo Straniero contempla il riflesso del volto esangue e privo di espressione dell’Altro da Sé che, in quel momento, è Lui.
Un messaggio è tracciato sulla sua pelle in antichi caratteri. Ideogrammi e simboli cuneiformi si susseguono, rincorrendosi in una folle cavalcata psichica. Sumero, ittita, etrusco ed egizio. Lui è quello che racconta il Libro della Sua Vita.
Lui è tutte le parole scritte in quel Libro.
Questo è il messaggio del Caos Strisciante, Nyarlathotep.

Non si trattava di semplice psylocibina, naturalmente. C’erano degli additivi che rendevano la miscela straordinaria, e l’unico a conoscerne la composizione era il detentore della formula.
Lo Straniero era entrato in rotta con lui subito dopo la prima esperienza e la conseguente epifania. Doc aveva cercato di convincerlo delle sue ragioni, ma evidentemente i postumi includevano una particolare esasperazione degli stati paranoici. Lo Straniero aveva temuto che le scoperte mutuate dalle sue esperienze potessero venire usate dal Sistema per fini occulti, che lui non avrebbe condiviso. E gli agenti della CIA e i federali erano ovunque coi loro occhi elettronici da insetti, anche nel cesso: lo spiavano senza dargli tregua, scrutavano nel buio dietro le sue pupille, ansiosi di cogliere una scintilla di Consapevolezza.
E così lo Straniero era fuggito dalla Clinica di Harvard, il Center for Personality Research come si chiamava allora, dai suoi amici, dall’ideale egualitario e da tutto il resto, ed era tornato sulla strada.
Sarebbero passati ancora alcuni anni, prima che la droga dell’eternità incrociasse nuovamente il suo cammino. E sarebbe stato a Chicago. Aveva preso in considerazione l’idea di movimentare la convention democratica del ‘68 sciogliendo un po’ di LSD nell’acquedotto cittadino. Ma poi un presagio sinistro lo aveva tenuto lontano dalla strada. Mentre gli uomini della polizia e i naz dispiegati dal sindaco Daley si accanivano contro i manifestanti, lui e altri due occasionali compagni di viaggio si erano rintanati in un albergo e lì avevano organizzato la loro testimonianza di quel torrido agosto.
A un certo punto il Dottor Stranamore gli aveva passato una siringa e aveva detto: – Provala, è roba fresca. Arriva direttamente dal Fottuto Nam. Lo danno ai nostri, laggiù il Governo dispensa prove di generosità ai suoi figli.
– Non è zona di guerra, laggiù – aveva ribadito il Francese. – O almeno non solo. È un campo di sperimentazione, dove vengono testate le migliori formule chimiche che domani saranno immesse nel nostro mercato occidentale.
– Certe volte credo che sia per quello che Saigon richiama tutti questi yankee.
– Il vero terreno di battaglia – aveva detto lo Straniero, accettando il dono del suo ospite – è in realtà il sistema nervoso dei giovani arruolati. Il fronte dove si decide il loro futuro, e il futuro dei loro figli, è tutto interno.
Le parole si erano intrecciate per un po’ con i vapori della chimica. Per quanto? Sarebbe stato difficile dirlo. Una notte, un anno. Dalla cortina di velluto filtravano occasionali schegge di epifania.
– Dicono che stiano testando anche delle droghe sintetizzate quassù, nei nostri laboratori di ricerca. – Quando le parole lo raggiunsero, lo Straniero era ormai in condizioni tali da non sapere a quale dei due colleghi attribuire la rivelazione. – Ce n’è per tutti i gusti. Ho un amico, giù a New York, che mi ha procurato una molecola senza paragoni. Teofosfato d’Onirina, qualcosa di simile dicono che circolasse tra i gerarchi nazisti, prima del Crepuscolo…
– È la chimica della trascendenza – gli fece eco l’altro. – Teo… a indicare la presenza di Dio.
– È il Verbo, amici. Il Verbo di Dio, in onda direttamente nel tuo cervello.
– Chi è il tuo amico? – s’intromise lo Straniero. – Devo sapere il suo nome.

Il corpo dell’Altro era lì, ritto davanti allo Straniero – la Morte e il Dolore sconfitti. Era lì, emerso dal suo rifugio delocalizzato negli invisibili anfratti quantici che separano le dimensioni visibili dalle invisibili. Era lì, ritto davanti a lui: l’Indolore.
Le sue labbra aliene si mossero. Corde vocali che nessuna fucina terrestre avrebbe potuto forgiare pronunciarono parole oscure all’indirizzo del suo ospite disorientato.
– Cumhu!
La metamorfosi fu fulminea. Il corpo cominciò a sciogliersi come cera, mentre il volto l’accompagnava riflettendo una serie di cambiamenti d’identità degna della più assurda follia: fu allo stesso tempo demone e moltitudine, cimitero battuto da cadaveri e corteo trionfale. Illuminato dalla luce incerta di un neon, il volto assunse dieci, venti, cento aspetti diversi e si arrestò solo dopo essere affondato nella pozza del corpo liquefatto, cristallizzandosi in un ghigno: una sorta di caricatura beffarda, le sembianze di gruppi eterogenei ma riconducibili a un comune ceppo iconografico.
Lo Straniero affondò le mani nella materia amorfa e la plasmò con sicurezza, come se in tutta la sua vita non avesse fatto altro. L’orrore, metabolizzato dalle funzioni psichiche accelerate dalla droga, era stato elaborato in puro slancio immaginifico. Mentre le sue mani creavano forme nuove dal nulla privo di forma, la sua voce ne evocava l’essenza in una variante macabra e pagana del rito battesimale.
– Itazma, Spirito delle Nebbie Mattutine e degli Acquazzoni… Ix Tab, Dea delle Corde e delle Trappole… Ix Chel, la Ragnatela che Cattura la Rugiada del Mattino… Zuhuy Kak, Fuoco Vergine, Protettrice dei Fanciulli… Ah Dziz, Signore del Freddo…
Un incantesimo surreale si perpetuava senza tregua…
E ancora: – Kak U Pacat, Che Dimora nel Fuoco… Ix Tub Tun, Colei che Sputa Pietre Preziose… Hex Chun Chan, il Pericoloso… Ah Pook, il Distruttore. Guardate queste mappe dai colori velenosi dove alberi di carne crescono da sacrifici umani; ascoltate tra i risolini queste parole udite a metà, parole di tenerezza e condanna pronunciate da labbra in decomposizione.
Preso dall’opera di modellamento e designazione, lo Straniero non si accorse della mutazione che in parallelo trasformava le sue membra se non quando la trasfigurazione fu giunta a termine. E si ritrovò Cumhu: ragazzo-iguana, liscia pelle asciutta e verde e verdi occhi-pupilla che emanavano aghi di luce incandescente come opale. Nel suo corpo e nei suoi occhi si estrinsecava una concentrazione telecinetica: senza muoversi poteva spostarsi dappertutto, inducendo il moto nelle cose attraverso la propria semplice presenza.

Izzy lo Spaccio gli aveva procurato ciò che per otto anni lo Straniero aveva cercato in lungo e in largo, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Era bastato pagare un congruo compenso per assicurarsi una scorta adeguata di chimica della trascendenza.
L’Eternità è come la Consapevolezza Terminale, si consolò lo Straniero. Non ha prezzo.
Affittò una macchina e puntò verso ovest. Provò la partita in un motel fuori Chicago. Il crepuscolo splendeva sui campi di grano pettinati dal vento. Incommensurabile orizzontalità. Oro vegetale che brillava sotto cieli di cobalto. E lo Straniero si trasformò in un impulso elettrico lanciato alla velocità della luce lungo i cavi delle linee del telegrafo. Si riflesse contro una giunzione saldata alla buona e la sua eco rimbalzò indietro.
Di nuovo in quel motel dimenticato da Dio ai bordi dell’highway.
E si ritrovò a contemplare l’orizzonte delle Terre Occidentali, dall’altra parte del Grande Fiume, dove risiedono le anime dei morti scampati al Giudizio.

Immobile, percorre l’autostrada come un carro portato in processione da invisibili portantini mexicanos, devoti senza ombra e senza forma, spettri fedeli. Si ritrova sulla spiaggia, in riva al mare che vide il fiorire delle prime, sontuose civiltà. Laddove sbocciò per la prima volta la consapevolezza dell’eternità, adesso il cerchio si chiude.
Sulla spiaggia, gli viene incontro Xolotl, ragazzo-salamandra dalla pelle rosa trasparente e dagli enigmatici occhi d’oro. Si muove con balzi fluidi, a zig-zag, gli occhi che tastano avanti come fari di automobili nella notte. Ha un piccolo tridente d’oro sul perizoma che convoglia attraverso linee di platino l’elettricità immagazzinata nel suo corpo: suprema arma di difesa e di piacere.
Si annusano fino a prendere confidenza. Poi si dirigono insieme verso l’uovo nero che pulsa sulla spiaggia, un radiofaro cosmico che ha attirato entrambi fin laggiù. Lo custodiscono con attenzione e gelosia per secoli interi, dividendosene le cure con estrema premura. Quando alla fine l’uovo si schiude e ne viene fuori il Capitano Nero, sulla spiaggia si raccoglie dal nulla una moltitudine di spettri: un popolo nero nella pelle, nei denti e negli occhi, neri dappertutto, fin nel profondo delle loro anime avulse a qualsiasi speranza di redenzione.
Le creature raccolgono la placenta, la mescolano alla sabbia e innalzano lì, sulla spiaggia, un obelisco solido e compatto al di là di ogni aspettativa razionale.

Lo videro insieme, affiorare dalle onde proprio di fronte al punto della spiaggia dove giacevano insabbiati i frammenti dell’uovo cosmico su cui era stato eretto l’obelisco. L’acqua si era messa a ribollire all’improvviso e i presenti lì riuniti non dovettero attendere a lungo per vedere emergere la creatura: vasta, ciclopica, tentacolare, dischiuse ali da pipistrello e sfrecciò verso il monumento come un meraviglioso mostro da incubo.
L’abominio avvolse la stele in un abbraccio di membra scagliose e piegò indietro il capo mostruoso, elevando al cielo un grido di guerra che evocò dal nulla terribili immagini di apocalissi e olocausti prossimi venturi.
E poi dalla terra si allungarono sterminate processioni di oscure mostruosità. Dietro l’evoluzione di ciascuna di quelle creature doveva esserci l’allenamento di miliardi di anni: zampe chele ventri striscianti che sussultavano ad ogni passo.
Dei-Granchi spaventosi, centopiedi privi di occhi e altri putridi orrori si aggiunsero dalle nere acque del mare, in un tripudio di ribrezzo e desolazione.
Sulla spiaggia, i corpi dei ragazzi richiamati dalla cerimonia si componevano in un illimitato orizzonte mutante. Giardini di carne corrotta da pus e da piaghe erogene essudavano una foschia nebbiosa di vapori asfissianti.
Cumhu, il ragazzo-iguana che già era stato lo Straniero, parlò con una saggezza più antica della Storia conosciuta. – La vostra morte è un organismo che voi stessi create. Se lo temete o vi prostrate davanti a lui, l’organismo diventa il vostro padrone.
– La morte è anche un organismo proteiforme che non si ripete mai parola per parola – gli fece eco Xolotl, l’Indolore dalle pupille accecanti.
– Io non sono che lo spettro di un’ombra che si contorce in mani che non sono mani e vortica ciecamente oltre le mezzanotti popolate di fantasmi d’un creato putrescente, oltre i cadaveri di mondi morti solcati da piaghe che furono città, oltre i venti sepolcrali che spazzano le stelle evanescenti e ne attenuano il chiarore.
Cumhu si fermò un attimo, incantato dalla luce degli occhi del ragazzo-salamandra, e per un attimo dimenticò l’apocalisse della spiaggia. Poi aggiunse: – Tempo è ciò che finisce. L’unica via fuori del tempo è nello spazio – e seppe di avere ormai rivelato tutto quello che c’era rivelare.

Nel cielo della sera, poco sopra l’orizzonte, si è accesa da poco una luce vermiglia. Una stella rossa, o forse un pianeta errante.
– Yuggoth, la nostra destinazione – dice l’Indolore.
Se ne sta immobile, indifferente al caos che trionfa intorno a lui. Le onde che s’infrangono sulla spiaggia si sono macchiate di sangue e ora ribollono del dolore di migliaia di creature massacrate. Ma il Capitano Nero è ancora lungi dall’aver placato la sua sete di morte.
Alle sue spalle, Cumhu si aggrappa a lui in un abbraccio fremente, eccitato. Nelle vene, il sangue da rettile reagisce al senso della partenza imminente. La concentrazione nei suoi occhi di opale spinge Xolotl in avanti mentre ansima e si liquefa in una frenesia da sindrome da disintossicazione. Dai loro corpi si irradiano archi iridescenti e scosse elettriche cominciano a disperdersi tutto intorno. La terra trema sotto i loro piedi.
– Noi siamo Uno – dice Cumhu, mentre il Capitano Nero solleva un braccio in un cenno imperioso che non ammette repliche.
Fanno appena in tempo, Cumhu e Xolotl. Decollano, alla volta di Yuggoth, lasciandosi alle spalle il fronte d’onda della supernova psichica che disintegra la Terra e tutti i parassiti del Sistema Solare, estremo rimedio al male estremo catalizzato dall’avvento del Capitano Nero.
A un anno-luce di distanza, in una cripta aliena, il corpo dello Straniero è scosso da un ultimo brivido prima di venire incapsulato nel bozzolo intessuto dal mico-tappeto. La sua funzione d’onda, catturata dal dispositivo dell’Immortalità, condivide la visione universale dell’Ultimo degli Antichi Immortali.
Il campo psichico intercetta una flotta ostile alle porte del sistema planetario. La coscienza che era appartenuta allo Straniero, adesso fusa in un Tutto Unico con la saggezza stellare dell’antico inquilino della cripta, sonda le autostrade spinali della Ragazza Iperluminale, azzarda un’iniziativa e se ne compiace. I corsari di Hassan saranno un utile banco di prova, prima di partire in Missione con il suo nuovo, inscindibile alleato.

Andrea Jarok & Giovanni De Matteo
Milano/Bologna, gennaio 2008 – aprile 2012

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