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Cronaca del Dopo Bomba
di Logos
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Quando uscì dalla porta, la luce del sole si era fatta rossa e stava morendo lentamente dietro la fila di case sull’altro lato della via. Un cane attraversò la strada dimenando la coda. Lui si chinò, gli fece una carezza e pensò. Mi resta ancora una cosa sola da fare.
Con la mano fra il pelo fulvo del dorso del cane borbottò qualche frase scomposta e l’animale gli rispose con un mugolio triste, guardandolo con i suoi grandi occhi neri. Si drizzò con fatica in piedi e fece scorrere lo sguardo sulle case a ridosso della strada. Se le ricordava un tempo vive e piene di gente vociante, felice e spensierata Ora le vedeva devastate dall’esplosione, ruderi ammassati di mattoni e calcestruzzo senza forma, un’incoerente opera d’arte astratta dalle proporzioni gigantesche.
Solo la memoria gli permetteva di riconoscere in quelle macerie le forme consuete e rassicuranti delle piccole villette che un tempo sorgevano ridenti lungo quella strada di campagna.
Un alito di vento improvviso gli scompigliò i capelli e con un gesto rabbioso tentò di tirali indietro dalla fronte e dagli occhi, li sentì sporchi, pieni di polvere grigia, fine e sottile, mefitica, tanto infida da infilarsi ovunque, inaridendo la gola e oscurando la vista.
Il suo sguardo si perse all’orizzonte, la strada procedeva a perdita d’occhio costeggiata dalle rovine delle case e dai resti ancora fumanti di alberi bruciati. Rivoli serpeggianti di fumo nero salivano al cielo scossi da un filo d’aria secca e pungente.

L’ultima cosa. Doveva fare l‘ultima cosa. Non avrebbe lasciato che tutto finisse semplicemente così. Ormai nulla sarebbe potuto cambiare, il pulsante era stato premuto e anche se erano passate solo poche ore da quel singolo momento di distruzione, sembrava davvero che facesse parte di un’era prima, di un mondo prima, di una vita prima.
Si incamminò con passo strascicato e sofferente. La bomba l’aveva risparmiato ma il suo corpo era stato comunque consumato dalle radiazioni, dal calore e dalla violenza della detonazione. Era stato fortunato. Quando il bottone era stato premuto, lui si trovava casualmente nella cantina e, nonostante il crollo della casa sopra di lui, era riuscito a strisciare fuori e a respirare per la prima volta l’aria calda e densa di quel cielo violaceo. Aveva capito immediatamente cosa era successo. Troppe volte aveva ascoltato i notiziari scherzare sul pericolo di una nuova guerra totale, esorcizzare la paura con astrusi ragionamenti di geopolitica, scongiurare il panico con preghiere rivolte al cielo stellato e inebetirsi davanti a stupidi spettacoli televisivi. Alla fine il dito si era mosso, un gesto semplice, apparentemente quotidiano, ripetuto infinte volte ogni giorno, abbassarsi, dare una leggera spinta e premere un interruttore Ma questa volta il bottone calcato non era uno qualunque.
Si immaginò il meccanismo che controllava la bomba, che le dava vita; una volta lesse un racconto in cui veniva descritto come un’enorme marchingegno grande quanto la parete di un’ampia sala, con led multicolori e intermittenti a indicare chissà quale dato. Lui se lo era sempre figurato in modo più semplice. Un piccolo meccanismo ovale, liscio, di colore biancastro, caldo al tatto e pesante. In cima, nella parte più stretta, un piccolo pulsante con un singolo led rosso opaco. Un oggetto dal design avveniristico, studiato e ricercato, ergonomico, quasi vi fosse la necessità di averlo sempre con sé, per essere pronti in ogni momento a innescare la distruzione.

Giunse in città lasciando dietro di sé i luoghi che aveva amato e che chiamava casa. Sul suo cammino non aveva incontrato nessuno, solo cadaveri orrendamente ustionati o tramutati in statue di gesso digrignanti e urlanti, colpiti in pieno dalla folgore dell’esplosione e dalla sua vampa incandescente. Aveva camminato a lungo, la testa china, senza guardare il volto dei corpi sparpagliati lungo la strada. Non voleva riconoscere in quegli amassi di carne devastata amici e conoscenti, non voleva dare umanità a quelle orrende cose immobili stese lungo l’asfalto deformato. Il sole scendeva placidamente lungo la linea dell’orizzonte e il crepuscolo lentamente oscurava i deboli raggi rossastri che ancora si incaponivano ad illuminare l’orrore, quando arrivò nella piazza. Ampia, spaziosa, decorata da antichi palazzi frutto dell’ingegno di sommi architetti, era stata per secoli il fulcro della città stessa, il luogo in cui i suoi cittadini si incontravano, si scambiavano idee, si amavano e vivevano la loro natura di esseri sociali. La guardò, i suoi occhi inespressivi e vuoti scorsero le poche macerie, la desolazione e la miseria di una radura deserta, piatta. Niente era rimasto, nessuno degli imponenti palazzi era sopravvissuto alla deflagrazione. Del luogo più bello della città rimaneva solo uno spiazzo polveroso di terriccio marrone, una piana distesa di scempio. Era quello il luogo in cui era scoppiata la bomba.

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