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Nel giardino perfetto
di Zoon
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Il cinguettio virtuale scaturiva dalle scaglie grafiche di un giardino altrettanto fake. L’ora si attestava su valori luminosi successivi all’alba e il tutto rimandava, con la sua placida stasi in emulazione naturale, ad un giardino d’epoca imperiale, ai bordi della Capitale di quel mondo così perfettamente prepostumano da risultare, ora, un piccolo cranialgioco nelle mani di un bambino.

Le orme delle foglie d’oleandri si proiettavano sui perfetti steli d’erba, in pompata elaborazione crittografata da risultare semplicemente grafica da visione; questo almeno si evinceva da uno sguardo disattento all’insieme. Invece, quando un gruppo di routines ribelli si poneva fra lo sguardo del visitatore occasionale e il prato d’algoritmi verdi, qualcosa sembrava nuotare lì in mezzo in modo subliminale, oltre il livello percettivo della veglia, scivolando nel regno del quasi visibile, delle sensazioni sfuggenti e dei luccichii non confermati – sorta di warnings provenienti da una sfera non totalmente nostra, nessuna possibilità di sndbrkmsg.

L’istinto di bere, in quell’orario così foriero di una sanità corporale che non ha precedenti nel resto della giornata, si affacciò improvvisamente all’attenzione del visitatore, come se quella fosse l’unica possibilità di rinnovare il flusso logico dei pensieri; e dietro quell’icona furtiva e ingannatrice egli vide, con sommo panico, le API di un programma senziente pirata, qualcosa che navigava furtivo senza possibilità d’intercettazione automatica, che difficilmente molla la preda una volta trovata. In un istante misurato con un loop standard di software, quel predatore gli fu addosso. Dopo una piccola caccia condita d’azioni simulate e, sostanzialmente, senza averlo davvero braccato, il codice lo ghermì come un leone farebbe con una gazzella.

Il leone e la gazzella erano piccole icone traslucide in una zona senza importanza del quadro virtuale.

Il leone e la gazzella osservavano cristallizzate, in un ciclare impostato su valori infiniti, lo svolgersi della scena, consci che presto – relativamente presto, il loro era un mondo atemporale – qualcosa avrebbe interrotto quello status di attesa per portarli verso l’azione, l’infinita lotta per la vita.

Il pirata rabbuiò le percezioni visive della sua preda, iniettando veleno a contatto elettronico nelle maglie conduttive della vittima; orrore e obbrobrio dilagarono nella psiche alterata dello spettatore, preso da un fulmineo panico in cui gli si palesavano i termini della sua situazione: spettatore di un evento, turista di un mondo scomparso, stava comunque andando incontro ai rischi che la situazione stessa di visitatore comporta. Era stato poco avveduto e aveva abbassato le difese che normalmente teneva alte, subendo l’attacco.

Il leone e la gazzella erano in vorticoso movimento, costrette da un angusto recinto a rincorrersi in senso orario senza mai davvero toccarsi.

Alcune foglie d’oleandro, ora, si accartocciavano rapidamente, mostrando dettami di piccole informative di seconda mano; nel cadere sul prato esse roteavano e mostravano, con rallentamento onirico, alcune esemplificazioni del mondo perfetto cui appartenevano. Un gioco d’ombre s’impadronì della scena ed era talmente sfuggente, talmente impalpabile da lasciare nell’incauto osservatore la sensazione che tutto fosse dovuto ad uno sfarfallio della visione al plasma biologico, elemento conduttore organico di cui molti postumani si impregnavano fin dall’età puberale. Invece, sotto questo subdolo inganno, orde d’elementi energetici schiudevano il passaggio verso quel mondo perfetto, ma ristretto, e si lasciavano dietro una scia molecolare misurabile con tecniche di derivazione postquantistica. Il gioco d’illusioni che costruivano era indicativo di uno status oscillante tra il disperato e la coercizione, e sembravano nutrirsi di vibrazioni algoritmiche – sentimenti, nell’epoca umana, sarebbero state subito definite.

Il leone e la gazzella strutturavano un aumento dei loro margini di manovra, mediante l’invio di rapide richieste di implementazione.
Infine, nell’angolo superiore della visione plasmatici, un costrutto che tendeva a simulare un pozzo cominciò a deformarsi, a tendere verso il cielo perfettamente celeste con un movimento a guglia, per poi ritrarsi subito con goffe smorfie che gli facevano assumere una posa chiatta, mentre i mattoni che lo costruivano virtualmente emettevano un preoccupante stridore strutturale amplificato dal successivo, repentino, riformarsi della composizione a guglia – di fattezze comunque diverse dalla prima manifestazione.

Dalle profondità di quel buco chiuso qualcosa sembrava agitarsi. Era un’eco, una sensazione di corsa scomposta verso un traguardo che appare disperato, inarrivabile se non troppo tardi; poi urla di più entità in successione come una rifrazione, scalpiccii su un terreno viscido e impervio insieme con un senso elettrico di frenesia che polarizzava l’aria attigua: tutto indicava l’imminenza di un’azione risolutiva. Che venne improvvisa, come l’esplosione di una pentola a pressione mal controllata sinapticamente.

Un’orda d’agenti neurali irruppe nella scena, mettendo immediatamente off le richieste del leone e della gazzella, così da costringerle ad un’inattività tendente all’infinito se nulla avesse modificato quel ciclo; contemporaneamente, siccome la squadra aveva forcato se stessa in un numero congruo di occorrenze, un altro drappello intervenne verso lo sciame d’ombre neutralizzandolo, con un flusso di luce in grado di renderle semplicemente invisibili e meno percepibili. Un terzo gruppetto si occupava del turista, ma troppo tardi perché egli era stato dilaniato dal pirata che, avido e ingordo, si stava nutrendo delle fattezze cerebrali della vittima mangiandosi le routine che lo governavano. Il fuorilegge fu ridotto all’impotenza temporanea con una scarica d’angoscia sintetica, sufficiente per ricacciarlo via – la limitata giurisdizione delle forze di polizia non permetteva loro di arrestarlo.

Una quarta pattuglia prese a rinvigorire l’insieme del quadro virtuale, pulendolo dalle foglie cadute e ripristinando il ciclo vitale sfuggito nell’estinguersi delle appendici vegetali. Il resto delle forze forcatesi rimase a guardia del quadro virtuale per una manciata di nanosecondi, un’eternità per quell’ecosistema, rendendo così l’azione simile ad un’occupazione preventiva.

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