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J.G. Ballard: sei punti di vista

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Il grande autore inglese scomparso lo scorso aprile rivive nel ricordo di sei lettori.

Fernando Fazzari: una nota disturbata da interferenze
C’è sempre una prima volta, dicono: il giorno del definitivo trasloco su Tralfamadore di Kurt Vonnegut, rimasi dispiaciuto e interdetto, ma il suo mantra – così va la vita – avvolse tutto di una dolce e sorniona consapevolezza. Vonnegut è stato il mio primo maestro di lettere che ho conosciuto della cui dipartita sono stato davvero testimone (quando nel 1997 sfumò William S. Burroughs, ancora non ne avevo fatto una conoscenza letteraria confidenziale). La seconda volta che ho visto una guida svanirmi davanti è stato il 19 aprile 2009, il giorno della morte di J.G. Ballard.

[INTERFERENZA] Eurostar Milano-Roma, poco prima di Firenze. Ho davanti un creatura che è un fossile ballardiano vivente. Un modello di rischio chirurgico maxillo-facciale, una Rita Hayworth rimpinzata di silicone e acido ialuronico, un modello di esplosione di infinite blefaroplastiche. È una celebrità anonima, un simulacro delle icone cantate da Jim Ballard. Dal finestrino vedo rotaie sovrapporsi a container in un paesaggio che immagino essere simile al suolo di una luna già abbandonata da una colonizzazione futura.

Ho percorso la sua produzione al contrario. Sono partito da Super-Cannes, un delirante affresco della nostra società del controllo, in cui superiamo i totem orwelliani diventando i Big Brother di noi stessi e dei nostri vicini, mentre cantiamo inni di guerra psichica a ogni passo, ingaggiata da qualsiasi cosa muova il nostro landscape corticale, un “effetto farfalla” anomalo, implosivo. Sulla stessa lunghezza d’onda erano Un gioco da bambini e Condominium. La lettura di L’isola di cemento ebbe l’effetto di una sindrome di Stendhal catastrofica, in cui l’affresco allegorico si sviluppava in una realtà allucinatoria.

[INTERFERENZA] Vedo una foto di Mr. B. in rete: ha la faccia gonfia e gli occhi stanchi, sull’orlo di cedere e diventare due fessure minute. È una, anzi, è la faccia-manifesto di questo Paese, con tutto quello che comporta. Il popolo soffre di una sovrapposizione di libido e di transfer sessuali sulla figura del suo Capo. Mi ricorda il Reagan di La Mostra delle Atrocità che espone ai media il proprio corpo e la sua degradazione senile, distraendo i cittadini americani dallo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Vedo vuoti profondi stagliarsi nel futuro: “La sfida reale di Reagan sta nell’irresistibile esempio che egli offre ai futuri attori e manipolatori di media con ambizioni presidenziali, idee fin troppo chiare e una ferma intenzione di fare di se stessi un film (o un programma televisivo, NdA) per altri mille anni”.

La svolta è stato Crash, che urla la sua dignità di romanzo fantascientifico totale contro l’evidenza di ogni canone: la collisione dell’uomo-macchina contro se stesso. Da lì, sempre a ritroso, ho raggiunto la science fiction degli inizi, le apocalissi silenziose del ciclo catastrofico e i disastri interni dei racconti. Lì c’erano i tratti fondanti del grande affresco – surreale e surrealista – che ritrae l’homo quadratus ballardiano: un essere inscritto tra le proprie pulsioni e le relative censure, sospeso tra la natura originaria e la sintesi ultima di un pensiero che diventa tecnica, costume e comunicazione. Un essere vivente che implode nel suo spazio interno.

[INTERFERENZA] Imbottigliato nella tangenziale, in mezzo a SUV e utilitarie, due ragazze si affiancano alla mia automobile a bordo di una Citroën 2CV; le vedo armeggiare, divertite, con una vecchia Reflex. Ho la sensazione improvvisa di assistere al funerale di tutte le icone pop degli anni ‘60, celebrato sull’asfalto di un raccordo stradale. Il tempo si ferma e inizia a sovrapporsi. L’immaginario di Jim Ballard salta di continuo tra i tasti pause, fast forward, rewind e play, senza tuttavia superare il limite della contemporaneità. Mi chiedo ora quale nastro suonerà negli altoparlanti installati nella corteccia delle masse.

J.G. Ballard è stato più di un semplice scrittore o di una guida: è stato ed è un pensiero che esplode e invade la nevrosi di massa occidentale, interferendo continuamente con la realtà come un caotico fallout radioattivo. Un dopobomba al contrario.

Emanuele Manco: il ricordo del primo Ballard
Di ogni autore, ogni lettore conserva un ricordo che non sempre coincide con l’opera più rappresentativa. E il mio primo ricordo di J.G. Ballard è legato a una storia non famosa ma nondimeno efficace, grazie alla maestria con cui è scritta. Si tratta di Saluti da Las Palmas, che io ribattezzo nel mio ricordo personale come “Cartoline dall’Inferno”.
Mentre cominciava la crisi del sistema industriale manifatturiero, Ballard immaginava già la crisi del terziario avanzato. Dirigenti e quadri in esubero vengono “ospitati” in un villaggio-vacanze in mezzo all’Oceano Atlantico. All’inizio le cartoline che inviate a casa raccontano di una vacanza serena, ma il tono diventa via via sempre più allarmato e cupo. Quello che sembrava un normale soggiorno turistico si trasforma in un prigione dorata, dalla quale è proibito uscire. Il Sistema non può più permettersi gli esuberi. Ricordo ancora la crescente tensione, il dramma che piano piano emerge, fino a dirompere. All’epoca non avevo forse la stessa chiave di lettura di oggi, ma la forza della costruzione narrativa ballardiana era tale che in un racconto condensava tanta complessità quanto in un trattato sociologico. Il racconto è profondo, con orizzonti più ampi del foglio nel quale è stampato. In quell’antologia, Mitologie del futuro prossimo, c’era anche un altro bel racconto, Riunione di famiglia, che metteva in scena una società dominata dalla tv, nella quale gli stessi rapporti umani venivano veicolati dagli schermi: una società alle prese con i suoi limiti quando i membri di un nucleo familiare esplodono di follia omicida al loro incontro dal vivo.
Poi ho letto, o dovrei dire divorato, altro di Ballard e ho trovato forse ancora più forza e capacità visionaria in altri suoi racconti e romanzi. Ma il primo racconto non si scorda mai.

Andrea Jarok: una diversa percezione del reale
Una camera da letto, antica, di legno pregiato, stile inglese chippendale. All’interno di un comodino che trasuda antichità, tradizione e calore, ecco comparire un volumetto dalla copertina color argento, freddo, moderno, fantascientifico, ma sempre inglese, Mitologie del futuro prossimo, un Urania “argentato”, presago incontro di quel rapporto tra “carneo” e macchina che avrei trovato in uno dei romanzi-capolavoro, Crash. Un uomo sorridente alla televisione coperto da figure nude in preda a istinti omicidi, atti estremi di un amore incontrollabile: questo l’agghiacciante quadro che Karel Thole mette sotto gli occhi del lettore a rappresentare la sorprendente Riunione di famiglia descritta all’interno.
Forse quattordicenne, forse ancora meno, questo fu il mio primo incontro con J.G. Ballard. Il suo biglietto da visita furono quei racconti che mi aprirono le porte a una nuova percezione della realtà, che sino a quel momento le pur appassionanti epopee asimoviane non avevano saputo dischiudere. Uno schermo a cui accedere attraverso occhiali speciali: questo è il mondo di Ballard, una finestra sulla realtà di cui il lettore è suo malgrado spettatore. E questa realtà è ben diversa da quella illusoria che ci propone il mondo mediatico, come in Saluti da Las Palmas, in cui il villaggio turistico si rivela in realtà prigione eterna per gli inconsapevoli protagonisti. Ballard ci porta in una realtà ignota, impenetrabile, in cui l’essere umano altro non è se non una pedina in un mondo arido, in cui sono le “cose” a esistere. Ed ecco i romanzi catastrofici, e soprattutto Il gigante annegato, racconto che avvicina sempre più l’arte letteraria di Ballard all’arte tout court, un vero e proprio “quadro” davanti al quale non possiamo far altro che guardare, come il protagonista del racconto stesso, immerso nel brulicare di esseri umani lillipuziani intorno al cadavere di uno sventurato novello Gulliver. Quando non ci è concesso il privilegio di essere spettatori, eccoci ridotti noi stessi a spettacolo, come in Essi ci guardano dalle torri. Non sorprenderebbe se a un certo punto dai quadri ballardiani spuntasse fuori uno sperduto Bartleby che, invitato a soggiornare nella nostra realtà, si limitasse a rispondere “avrei preferenza di no”.
Ma la maestria di Ballard risiede nella sua capacità di mostrare la bellezza, non quella superficiale di ciò che è visibile o visto, ma la bellezza dell’essere spettatori, della partecipazione – pur a uno spettacolo spesso orrendo e incomprensibile – capace di darci, anche se per qualche breve attimo, un senso di assoluta libertà.

Carmine Treanni: due fasi di un amore
Mi sono innamorato di Ballard in due fasi diverse della mia personale carriera di lettore di fantascienza. Nella prima, mi è capitato di leggere la quadrilogia degli elementi, Condominium e alcune antologie apparse su Urania. In particolare, avevo apprezzato tantissimo Vento dal Nulla, Condominium, e i racconti che erano presenti in La civiltà del vento (Urania n. 717), in cui Ballard riprendeva tutti i temi classici della SF catastrofica e li rielaborava a modo suo. Condominium mi aveva impressionato per l’escalation violenta che interessa i personaggi, una violenza che è parallela alla decadenza che subisce il grattacielo in cui vivono. Se mi è concessa una battuta, è un’opera che mi torna sempre in mente ad ogni riunione di condominio a cui partecipo. Un romanzo forse minore, ma che secondo me rappresenta un passaggio fondamentale nella sua carriera.
Poi sono approdato dopo alcuni anni – diciamo così – di astinenza a Crash, I segreti di Vermilion Sands, Cocaine nights e altri, ma ad allargarmi gli orizzonti è stato soprattutto La mostra delle atrocità. Un romanzo? Un’antologia? Un saggio? Tutto e niente allo stesso tempo. Un testo difficile, che ho amato proprio perché mi affascinava la sua intelligibilità non immediata, e che ho letto e riletto più volte per riuscire ad apprezzarne tutte le sfumature. Devo dire che ancora oggi mi piace leggerne alcune pagine di tanto in tanto, aprendo il libro in un punto qualsiasi.

Giovanni De Matteo: decodificando la memoria del futuro
Nei giorni successivi alla morte di J.G. Ballard la realtà è parsa volergli tributare il più significativo omaggio concepibile, congegnando tutta una serie di segni e di situazioni che avrebbero potuto trovare comodamente asilo in qualsiasi pagina da lui scritta, dagli anni ’60 in poi. La memoria del futuro che riecheggia nelle visioni ballardiane parlava delle avvisaglie di una nuova guerra fredda, di pirateria informatica e non, di detriti spaziali, di mappe globali dell’accessibilità alle regioni più remote del pianeta.
Il mondo in cui viviamo sembra davvero codificato dalle pagine di un romanzo di fantascienza come La mostra delle atrocità. Con Ballard è sempre stato così: i suoi racconti e i suoi romanzi sono stati sin da subito un termometro per l’immaginario occidentale, di cui hanno misurato i livelli di alienazione, straniamento e progressiva frammentazione attraverso la moltiplicazione degli scenari mediatici nella dissoluzione in una miriade di rivoli, la loro propagazione attraverso i canali che hanno agevolato la connessione tra l’inconscio collettivo e la dimensione privata di ciascuno di noi.
Una riflessione tanto complessa è stata condotta con una lucidità che ha pochi equivalenti nella storia della letteratura come pure della filosofia, meritando all’autore un ruolo di primo piano tra i titani del Novecento.
Nel celebre articolo Which Way to Inner Space?, pubblicato da New Worlds nel 1962, troviamo codificata la concezione della fantascienza come genere proteso verso gli orizzonti interiori, psicologici. Un discorso incentrato sulla dimensione umana dei rapporti sociali e sulla sensibilità ecologica trasfigurata nelle sue visioni catastrofiste. Nel lavoro di Ballard assumono così un rilievo centrale la sfera cognitiva e gli effetti prodotti su di essa dal progresso tecnologico e dallo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione di massa.

“Ho sempre scritto sul cambiamento […] a partire dagli anni Cinquanta, quando vennero introdotti tutti questi elementi della modernizzazione: la televisione, i media di massa, i supermercati, le tangenziali. Sentivo un irresistibile bisogno di scriverci sopra. Cambiamento: ecco su cosa si fonda la fantascienza”.

Fra gli scrittori, Ballard è stato uno dei più attenti a cogliere il cambiamento che stava scuotendo le basi stesse della società, dando prova di coraggio nell’immortalare le dinamiche della nuova mitologia postmoderna fondata sul culto dell’immagine e su un pantheon di simulacri, nonché di lucidità nel mettere a nudo le ricadute collaterali di un progresso distorto, pilotato dalla volontà egemonica delle superpotenze, anche forma di colonizzazione ai danni della sfera privata di ciascuno. L’insegnamento di William Burroughs, con Ballard rivive sublimato a un diverso livello di accessibilità, muovendosi in maniera consapevole e sicura negli stilemi e negli schemi di riferimento dell’immaginario fantascientifico. L’avanguardia che per Burroughs si configurava come asservimento radicale del mezzo – il testo – al messaggio, fino alla sua disgregazione atomica finalizzata alla trasmissione più libera e incondizionata, nelle visioni di Ballard trova una nuova dimensione e rivive come esperienza mediata. Il surrealismo e la pittura metafisica giocano un ruolo centrale attraverso la rielaborazione di scenari archetipici e la ripresa di suggestioni iconografiche. Se la letteratura postmoderna parla di adozione della fantascienza, in Ballard è il processo inverso che chiude il cerchio: avanguardie, arte e poesia si fondono e vengono assimilate nella sua opera, innestandosi programmaticamente nel linguaggio e nel corpo della fantascienza.
Senza Ballard, la forma del futuro sarebbe stata sempre un po’ più vaga: non avremmo avuto il cyberpunk, né le più recenti ondate di rinnovamento che hanno dimostrato la vitalità del genere, tutte memori dell’insegnamento della New Wave. Senza Ballard, avremmo oggi qualche difficoltà in più nel comprendere il panorama del mondo in cui viviamo.

Lukha Kremo Baroncinij: Ballard, 2009
Il mio primo incontro con l’arte visionaria di J.G. Ballard fu folgorante. Lessi Vento dal nulla in una vecchia edizione Urania. Da quel momento, tutto quello che avevo letto nel campo della science fiction era superato. Mentre leggevo, sentivo il vento entrare nella stanza, scompigliarmi i vestiti e i capelli. E più procedevo nella lettura e più ero preso da quell’ossessivo e inspiegabile fenomeno. Avevo provato una sensazione nuova, che non capivo fino in fondo. Passai a Deserto d’acqua e la sensazione si rafforzò. I personaggi, un po’ come i lettori, erano catapultati in mondi caotici, senza riuscire in modo efficace a opporsi agli eventi. A un certo punto, invece, cominciavano ad accettare la situazione (anche se paradossale) fino ad accelerare i processi distruttivi.
Avevo scoperto un genio della letteratura contemporanea. Questo lo compresi anche se quei romanzi venivano classificati come fantascienza. Mentre procedevo per completare la lettura della quadrilogia delle catastrofi, venni a conoscenza di altre sue opere, notevolmente diverse. Soprattutto La mostra delle atrocità. Si apriva un altro mondo, un altro modo di scrivere, un altro scenario psichico. Cominciai a leggere la critica, a farmi un idea dello inner space. Lessi Crash, le antologie Cronopoli e La civiltà del vento. E fui nuovamente folgorato da Condominium e dal racconto lungo Un gioco da bambini. Ora Philip K. Dick mi perdonerà, ma considero attualmente Ballard come il migliore scrittore di fiction degli anni Sessanta e Settanta. Questo perché coniuga tematiche psicologiche e sociali depurate da ogni banalità demagogica, restando fedele a uno stile nuovo, tagliente e, a seconda dei casi, d’avanguardia. Uno scrittore di fiction che non sfigura nemmeno a confronto con grandissimi autori come Borges o Faulkner, un personaggio geniale e fuori dalle righe, dall’intelligenza lucida, che mi ha ispirato e continua a ispirarmi.