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Sky Beasts
di Marco Moretti
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Nato a Seregno (MI) nel 1966, Marco Moretti è laureato in Fisica Ambientale e appassionato di fantascienza. Suoi racconti sono apparsi su Next (ricordiamo "La vendetta biologica", nella Iterazione 13) e nell’antologia Avanguardie Futuro Oscuro ("L’abbraccio di Sedna").
Di Moretti abbiamo già proposto sulle nostre pagine "Stormi in picchiata", un frammento apocalittico che ci sembrava fortemente debitore verso le immagini oniriche di William Hope Hodgson. Presentiamo adesso un suo nuovo lavoro, non meno visionario, che riprende in chiave fantascientifica l'accattivante tradizione dei bestiari medievali. Stavolta il riferimento fantascientifico più prossimo ci sembra Bruce Sterling, con le mirabolanti specie aliene del suo classico
La Matrice Spezzata (1985). Ancora più indietro nel tempo, le visioni cosmiche di Olaf Stapledon sono dietro l'angolo. Con ammirevole rigore tassonomico, presentando il suo campionario di creature Moretti mostra la dedizione e lo scrupolo dello xenobiologo. Chissà che questo "Sky Beasts" non possa costituire la base per altre future narrazioni. Noi ce lo auguriamo. - X

Il predatore è chiamato Netcat. Ha la forma di un aereo e sfreccia a reazione nell’atmosfera del gigante gassoso. Ha la sagoma di un nero abissale, e il rostro anteriore è aguzzo come un gigantesco canino di vipera. Si avvicina a un pascolo, dove fluttuano in gran numero i Blogster, flaccidi esseri simili a mongolfiere. Estraggono idrocarburi liquidi da un profondo pozzo convettivo, digerendoli lentamente nelle vastità dei loro stomaci. Grandi come città, questi palloni frenati non possono opporre alcuna difesa all’assalto del Netcat. Un cambiamento della chimica circostante avverte del pericolo in avvicinamento: si diffondono folate di glicoli repellenti misti a metanolo e a densi composti fenolici. L’odore della paura, a cui fa seguito quello della morte.
Il Netcat dilania, strazia, assimila le sue vittime incamerando grandi quantità di metaboliti preziosi per il suo sostentamento. Pieno di energia alcolica, dopo aver seminato lo sterminio, il nero Netcat accende i retrorazzi e fugge via emettendo una mostruosa vampata azzurra dalla cloaca.

Alcuni Webwind, attratti dai resti della strage, accorrono per avere la loro parte di materiale organico altamente organizzato, prima che l’incombente tempesta ne disperda ogni traccia. Non dissimili dai carognari di altri mondi, non hanno la capacità di dare la caccia a prede vive e ucciderle. Il loro olfatto, sensibilissimo, ha sede in papule disseminate su tutto il corpo, che nella parte anteriore ricorda la forma di un fallo umano in erezione. La coda è simile a quella dei delfini, con una pinna biforcuta orizzontale. Un timone sporge come una barra scura dall’epidermide violetta e coriacea del ventre. I Webwind posizionano quest’appendice con guizzi fulminei degli hub del sistema nervoso, riuscendo così a impostare ogni rotta e a resistere agli improvvisi cambiamenti del vento planetario. L’area in cui le terminazioni olfattive sono più dense e sporgenti è corrispondente alla cavità orale, o meglio all’ingresso dell’apparato digerente. Gradienti anche minimi di composti organici di sintesi biologica li guidano al loro pasto collettivo.
I Webwind più grandi sono lunghi soltanto un decimo di un Netcat medio. Talvolta si avvicinano ai branchi di Blogster per assimilare flussi di escrementi, ma nella maggior parte del tempo preferiscono starsene in disparte in zone di gas più rarefatti, dove i predatori non osano avventurarsi. Le mattanze di Blogster invece li attraggono in modo irresistibile. Alle prime avanguardie seguono poi nuovi esemplari, se le condizioni meteo lo permettono.
Nei Webwind, il sistema digerente è programmato per metabolizzare enormi quantità di materiale nel minor tempo possibile, dovendo poi affrontare lunghi periodi di carestia. Così il cavo orale immette in una specie di aspiratore, atto a convogliare la massima concentrazione di resti organici nel minor tempo possibile. Quando i Webwind sono gonfi, la loro forma cambia. Il dorso, dalla cute coriacea come un carapace, non si deforma, mentre il ventre assume l’aspetto di un pallone ovale. In questo stato l’emissione di gas intestinali si fa imponente. I prodotti digestivi vengono in parte espulsi come propellenti e in parte accumulati in apposite sacche, utili in condizioni di scarsità di cibo. I resti dei Blogster sono ancora nelle sacche ventrali dei Webwind, che già si diffondono i primi effluvi anali, riconoscibili anche a miglia di distanza per la ricchezza di composti ammoniacali. Presto l’intera area sarà ammorbata.
I pochi Blogster superstiti si spostano nell’imbocco del pozzo convettivo per sottrarsi a una simile pestilenza.

Come tutti i predatori del pianeta gioviano che stiamo studiando, il Netcat è un animale sessuato. In media ci sono soltanto due maschi su circa centocinquanta femmine. Il maschio del Netcat è più piccolo della femmina, raggiungendo a fatica la metà della sua lunghezza. L’accoppiamento avviene secondo dinamiche predatorie. Nella riproduzione di queste fiere non esiste nulla di ciò che il genere umano chiama voluttà: ogni unione è uno stupro.
Sotto una pioggia battente di miscela etano-butano-propano il maschio accelera in direzione della più intensa concentrazione di ormoni femminili, captati dai recettori situati nelle fosse di aerazione del rostro anteriore. Anche solo una piccolissima quantità delle giuste molecole è in grado di provocare tempeste neurochimiche nel sistema nervoso centrale del Netcat maschio. Quando il meccanismo aggressivo si attiva, non c’è niente che possa trattenere il cacciatore: si scaglierà come un dardo nelle vastità aeree fino a raggiungere la sua vittima.
Ecco la fiammata di gas intestinali combusti espandere sempre più la sua scia, mentre la velocità cresce a dismisura. La femmina è stata avvistata e non ha più via di fuga. Le reazioni che avvengono nel gran calderone che è la cloaca della femmina non sono capaci di generare getti paragonabili a quelli del maschio, che riesce a raggiungere facilmente l’obiettivo che si è prefisso. Precipitandosi sottovento, il Netcat maschio ha il vantaggio della sorpresa: in pochi secondi si colloca sul dorso della femmina e fa scattare tutti i rostri laterali, agganciandosi all’esoscheletro dorsale. La scena è grottesca, sembra di assistere a un video pornografico in cui due jumbo jet si danno da fare per copulare. Prima il rostro anteriore del maschio perfora il dorso della vittima per trattenerla in modo più saldo, poi scatta la più acuminata delle appendici maschili, che serve a deporre il seme.
Invano la femmina cerca di scrollarsi di dosso l’aggressore: i suoi rostri laterali, le uniche armi che può utilizzare in questa difficile situazione, sono troppo corti per colpire in modo efficace. In men che non si dica la lucida lama fallica si intrude nel corpo femminile, affondando in profondità ed iniettando nelle viscere palpitanti il liquame seminale. Una serie di getti neri come l’abisso siderale vengono pompati con violenza nelle carni dilaniate.
Completata la sua opera, il predatore sgancia tutti i suoi rostri e si allontana, portato via da una corrente aerea improvvisa. La femmina è lasciata all’atroce dolore che le pervade le interiora, mentre già il materiale genetico maschile si muove al suo interno per organizzare una nuova generazione assassina.

Tra le specie più notevoli dell’intera fauna del gigante gassoso, il Leviathan è l’unica a mostrare segni di un’intelligenza misurabile, e in effetti paragonabile a quella di un mammifero superiore terrestre. Finora ne sono stati trovati soltanto pochi esemplari, meno di cento nell’intero emisfero settentrionale e circa cinquecento nell’altro emisfero. Non è ancora del tutto chiara la loro natura, difficile da investigare a causa delle dimensioni davvero incredibili. Secondo alcuni studiosi, i Leviathan sarebbero nati nel corso di milioni di anni locali a partire dall’aggregazione fortuita di migliaia di Blogster. Questa tesi non sembra avere molto fondamento, nonostante l’aspetto del Leviathan ricordi vagamente quello di un immenso dirigibile formato da un enorme numero di lobi e sferoidi granulari. Si è potuta dimostrare la presenza di un sistema nervoso altamente organizzato, facente capo a una massa neuronica grossa all’incirca come una megalopoli terrestre. È stata di recente avanzata la proposta di considerare il sistema nervoso del Leviathan come un essere in origine distinto e cresciuto nei tessuti di masse di Blogster agglutinati fino a perdere l’originaria indipendenza. Anche di questa ipotesi non sussistono prove, e sono molti i fatti che non riesce a spiegare.
A causa delle sue dimensioni, il Leviathan non ha nemici naturali: è al di sopra delle nicchie biologiche di pascolo e predazione caratteristiche di questo ecosistema. Per nutrirsi, questo colosso non deve fare nulla: dovunque si trovi utilizza un grande filtro che scandaglia senza sosta l’atmosfera trattenendo i nutrienti, proprio come i fanoni delle antiche balene intrappolavano il krill.
Osservando attentamente le distese incredibilmente vaste della superficie cutanea del Leviathan, è possibile scorgere delle piccole figure semoventi, non più grandi di un essere umano. A dire il vero, la loro sagoma ricorda proprio quella di una persona, dotata di quattro arti e una testa tondeggiante. Il nome dato a questi parassiti è Blogworm. Se visti da vicino, le differenze tra loro e gli umani sono notevoli. La cute dei Blogworm è nera e ha l’apparenza untuosa del petrolio. Le braccia e le gambe non hanno articolazioni e sono più simili a sgraziati tentacoli. Il sistema nervoso è molto primitivo e, a dispetto dell’aspetto vagamente antropoide, i Blogworm non sono in grado di andare oltre la mera esistenza vegetativa. Cercano senza sosta tracce della materia fecale espulsa dagli appositi tubuli situati sull’intero corpo del loro titanico ospite. A volte strisciano sui quattro arti, altre volte si alzano e agitano le loro membra spettrali nel vento eterno.

Il Cimitero dei Blogster si trova a maggior profondità rispetto ai pascoli. Quando un Blogster muore di morte naturale e si trova in un ambiente inadatto ai carognari, i batteri decompositori ne invadono immediatamente ogni cellula. Non più sostenuta dal galleggiamento generato dai gas propulsivi della digestione, la carcassa tende ad affondare. Se cade all’interno di un pozzo convettivo, il corpo senza vita viene catturato dalle violente correnti discendenti per scomparire nelle profondità del pianeta, dove l’elevatissima temperatura ne provoca la distruzione. Tuttavia, nella maggior parte dei casi i Blogster morti raggiungono una zona ricchissima di ammoniaca, dove si completano i processi di autolisi. In breve tutto quello che rimane di un organismo un tempo imponente è un brodo brunastro che funge da nutrimento per una gran varietà di spazzini simili a vermi. Sono le larve aeree dei Webwind, dei Netcat e di altre specie affini. Una volta espulse dalla loro genitrice, a causa del loro peso queste larve sprofondano negli strati gassosi fino a raggiungere un Cimitero dei Blogster, dove possono nutrirsi e crescere. Un individuo di Webwind allo stadio larvale è grosso più o meno come un braccio umano e ha un colore bianco sporco tendente all’azzurrognolo. Non avendo ancora i propulsori, galleggia grazie alla spinta archimedea nella fogna cadaverica che costituisce il suo habitat. Le larve dei Netcat sono più piccole e hanno una cute segmentata di color blu scuro. La loro forma è simile a quella di un dardo di balestra, e sono presto in grado di dirigere il loro moto tramite propulsori laterali, che con la crescita si atrofizzano e cadono per lasciar posto alla combustione anale dei gas. La libertà di movimento delle larve dei Netcat dà loro un netto vantaggio su quelle dei Webwind, che prosperano soltanto grazie al loro maggior numero e vengono attivamente cacciate. Quando i Netcat e i Webwind immaturi sono cresciuti oltre a un certo stadio, tendono a risalire fino a raggiungere strati atmosferici più rarefatti, in cui completano la loro metamorfosi.

La tempesta è al culmine della sua potenza, e con essa giunge un terribile strale. Fa irruzione il peggior nemico di ogni essere vivente, pascolante, carognaro o cacciatore: il fulmine. Numerosi biologi sostengono che proprio le scariche elettriche hanno generato la vita sul pianeta gigante a partire da idrogeno, metano, monossido di carbonio, vapore acqueo e ammoniaca. È un fatto che l’ecosistema è sempre stato influenzato da fenomeni elettrici imponenti, responsabili ogni giorno della morte di numerose creature.
Il Netcat sfreccia oltre il muro del suono proprio attraverso le dense nuvole del color della pece, incurante del pericolo. Nero in mezzo al nero, procede verso la sua sconosciuta meta, solo le fiamme dei suoi reattori possono essere distinte a occhio nudo. Dopo aver iniettato il suo seme in una femmina, sente una grande ebbrezza che lo rende immune dalla fastidiosa sensazione che di solito si accompagna al rischio. I razzi della cloaca bruciano al massimo. Il sibilo prodotto dal moto del predatore è assordante, tanto da nascondergli il boato incessante dei tuoni. Le ali spiegate tagliano l’aria come lame di acciaio. Nulla sembra poter resistere a questo mortale distruttore, quando un fulmine si abbatte su di lui. Entra proprio sopra il rostro anteriore, perforando ogni difesa e seguendo una traiettoria contorta nelle carni.
Bruciati i catalizzatori della sintesi degli zuccheri, la scarica elettrica scava una galleria nel sistema digerente, trovando alla fine la sua strada proprio in prossimità dello spermodepositore. Uscito da un foro preternaturale poco al di sopra della regione anale, ecco che la candida folgore riprende la sua strada tra le nubi nere. Fiammate arancioni scaturiscono dal corpo ardente del Netcat, che morto all’istante precipita in picchiata, i razzi ancora funzionanti. Un pennacchio di fumo grigio si alza dalla sommità del muso, confondendosi presto nel cuore dell’uragano.

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